Rigenerazione urbana: comincia il progetto a impatto sociale con Regione Toscana e Caritas

Il nostro percorso sulla social impact innovation è cominciato molti anni fa, quando sembrava ancora una formula astratta e troppo avanti. Oggi, invece, sembra che tutti si siano scoperti innovatori sociali: le banche, le aziende, i filantropi. Come se fosse scoppiata una moda dalla quale nessuno vuole restare fuori. Qualche diffidenza, pertanto, è inevitabile e, anzi, sana. Soprattutto quando si scopre che a rappresentare la bandiera della social impact innovation in Italia sono soprattutto quegli stessi che occupano da anni in posizioni privilegiate e che il sociale in vita loro lo hanno fatto per lo più comodamente seduti in salotto.
Dall’altro lato, però, non si giustifica l’atteggiamento talora ostile dimostrato da alcune associazioni di volontariato, che si irrigidiscono anche solo a sentire parlare di finanza. Come se i soldi fossero una cosa sporca e come se, poi, non fossero soldi quelli che esse stesse ricevono e accettano da donatori privati o pubblici.
Il tema della social impact innovation, invece, va affrontato, perché può segnare una rivoluzione nell’approccio alle politiche sociali ed economiche.
Per fare un po’ di chiarezza va detto, innanzitutto, che oggi in Italia si sta provando a fare innovazione sociale, ma non innovazione a impatto sociale, e quella parola – impatto – fa davvero la differenza. I confini delle povertà, infatti, così come dell’emarginazione sociale e del degrado delle periferie, sono talmente estesi, oggi, che non basta più intervenire sulla singola emergenza. Occorre, piuttosto, pensare interventi che nell’affrontare, ad esempio, il tema povertà creino posti di lavoro, rimettano a posto immobili pubblici abbandonati, riportino attività e persone in quartieri insicuri. Questa è la differenza che la parola “impatto” può fare: ampliare gli effetti di un progetto sociale, in modo che non riguardino solo una categoria di cittadini e di disagio, e portino benefici, diretti e indiretti, in tutta la comunità.
Si tratta, come è evidente, di progetti, se non difficili, certamente complessi, perché coinvolgono molti soggetti: le istituzioni pubbliche, il privato no-profit, il privato profit, l’ente finanziario, il valutatore. E perché si tratta di coordinare le fasi di un progetto che dura inevitabilmente anni.
Vale, però, la pena di provare, se non si vuole più restare chiusi entro i confini strettissimi dell’ennesima donazione a fondo perduto, con la quale mettere a posto un fabbricato in disuso, aprire i battenti con volontari sorridenti e speranzosi, strappare qualche titolo di giornale, e poi, dopo qualche anno, assistere a un nuovo declino per mancanza di nuove risorse finanziarie.
Per questo, Fondazione Etica ha iniziato la sperimentazione della social impact innovation insieme a Regione Toscana, Caritas, Confindustria, una banca e ora anche Fondazione Italia Sociale. Due anni di lavoro solo per mettere insieme tutti attorno ad uno stesso tavolo, su uno stesso progetto, per creare un Comitato promotore locale e, soprattutto, trovarsi d’accordo sulla volontà di innovare il modo di fare sociale, trasformandolo in occasione di sviluppo.
Regione Toscana ha, finalmente, pubblicato il bando per l’assegnazione di un fabbricato pubblico in disuso e da poco è stato assegnato a quel Comitato. Non è un punto di arrivo: ora comincia la parte più complessa e ne daremo conto strada facendo, così da poter costituire un esempio replicabile ovunque nel nostro Paese. Non puntiamo all’ennesima best practice, ma ad una contaminazione positiva nel Paese.

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