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Genova in ginocchio, ancora una volta. Ancora con un tributo di morte. Ancora una volta alle prese con un paese che non riesce a essere normale. Una città che paga un prezzo altissimo ad un’anormalità che è il frutto di una scellerata azione di devastazione urbanistica e di una incapacità suicida di prevenire il ripetersi di disastri largamente annunciati.

“Se lo sviluppo economico dell’Italia […] dovesse essere affidato alla attuale macchina ingombrante e spesso sabotante dei nostri uffici, non si arriverebbe mai a concludere nulla: è bene che lo si dica forte, per affermare quale enorme responsabilità pesi sopra tal punto sui pubblici poteri”.

Il ruolo di cogestione e di inframmettenza dei sindacati nel governo degli apparati amministrativi è una delle piaghe peggiori del settore pubblico italiano. Una triste deriva che ha trasformato l’iniziale ruolo di difesa dei diritti dei lavoratori in un opaco meccanismo di potere all’interno delle amministrazioni.

C’è un’insopprimibile necessità di governanti che sappiano affrontare con realismo le questioni nodali da risolvere e che, nel contempo, riescano a infondere nell’opinione pubblica la consapevolezza che la strada da percorrere è lunga. E che soltanto un patto civile tra le forze migliori della società può produrre risultati adeguati.

La vicenda del viaggio finale della Costa Concordia dall’isola del Giglio a Genova era ed è, senza ombra di dubbio, una notizia. Lo è in primo luogo perché ad esso si legano trentadue persone morte in modo insensato

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