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Senza una legge sui partiti, stop ai finanziamenti pubblici

È giusto che i partiti in quanto libere associazioni possono darsi lo statuto che ritengono più opportuno nel rispetto della legge. Ma in questo contesto i finanziamenti pubblici possono essere usati come incentivo: saranno riconosciuti solo ai partiti che si dotino di uno Statuto che garantisca trasparenza, rinnovo dei vertici, efficacia di gestione e di definizione delle politiche.

L’obiettivo deve essere arrivare ad una politica che costi di meno e renda di più. E per farlo è necessario dare attuazione all’art.49 della Costituzione.

Ai tempi della stesura della Carta costituzionale, si registrò la resistenza del Pci che temeva il controllo del Governo attraverso una normativa pervasiva: anche per questo i partiti non sono stati mai regolamentati.
Ora, però, è arrivato il momento di subordinare il finanziamento pubblico all’accettazione di certe norme che rendano i bilanci trasparenti e i partiti efficienti.

La revisione dei bilanci dei partiti, ad esempio, è affidata ad un collegio di sindaci nominati dal Parlamento e ovviamente ciò non può essere garanzia reale di indipendenza. Si affidi, piuttosto, la revisione a sindaci realmente indipendenti. Non lo si vuol fare? Liberi i partiti, ma allora libero anche lo Stato di salvaguardare i denari di tutti i cittadini.

Un altro esempio riguarda il rinnovo della classe dirigente: basterebbe introdurre il limite di tre mandati, anche non consecutivi, per tutte le cariche elettive. Chi non vuole rispettare la norma, semplicemente non avrà i rimborsi.

Da Corriere della Sera, 5 aprile 2009 

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