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Il governo prova ad allargare il processo decisionale?

Dopo l’annuncio del Presidente Monti dello scorso gennaio, il 22 marzo è partita ufficialmente la consultazione pubblica sul valore legale del titolo di studio. Il dibattito tra politici, esperti e addetti ai lavori – in corso già da diverso tempo – ha accolto l’iniziativa governativa in modo vivace, con un mix di reazioni di entusiasmo e perplessità. Senza entrare qui nel merito delle posizioni sull’abolizione, conservazione o parziale modifica del valore legale del titolo di studio, sono interessanti le riflessioni sul metodo adottato da un punto di vista civico. La consultazione è attualmente in corso, si rivolge a tutti i cittadini interessati all’argomento e si svolge in modo telematico sul sito del Ministero dell’Università fino al 24 aprile. Dopo la registrazione sul sito è possibile compilare un questionario semi-strutturato – composto da 15 domande – riguardante l’accesso alle professioni regolamentate, il pubblico impiego e la valutazione dei titoli di studio. Inoltre viene messo a disposizione un glossario per i termini tecnici e un dossier informativo per approfondire il tema. Al termine della fase di consultazione è prevista la pubblicazione di un documento riepilogativo sul sito del Ministero, che costituirà la base per la stesura delle proposte da presentare al Consiglio dei Ministri. Come afferma lo stesso governo, la consultazione pubblica nasce con l’idea di ascoltare la voce dei cittadini, migliorare il contenuto delle decisioni e diventare una prassi tipica dell’azione pubblica sui temi complessi e dibattuti che dividono l’opinione pubblica. L’introduzione di questo nuovo approccio – centrato sulla partecipazione e l’allargamento del processo decisionale, in linea con i principi elaborati a livello europeo – rappresenta una novità importante per il contesto italiano, soprattutto per gli effetti positivi di apprendimento reciproco che potrebbe generare: ad esempio, individuare soluzioni migliori ai problemi collettivi; raccogliere in anticipo proposte alternative o eventuali critiche; aumentare la qualità e la trasparenza degli interventi pubblici. Questo insieme di novità rappresenta sicuramente un’evoluzione positiva dei rapporti tra amministrazione pubblica e cittadini, in linea con le esperienze dei principali Paesi con cui generalmente ci confrontiamo. Tuttavia, ci pare utile offrire qualche ulteriore elemento di riflessione in vista di un ulteriore consolidamento e sviluppo delle pratiche partecipative in Italia. L’osservazione più importante riguarda il grado di coinvolgimento dei cittadini. In genere, gli studiosi di politiche pubbliche tendono a collocare gli esperimenti partecipativi lungo un continuum, caratterizzato da un polo ‘caldo’ (o dinamico) – dove cittadini e PA sono chiamati a discutere, argomentare e confrontare pubblicamente le loro posizioni su un argomento generalmente controverso – e un polo ‘freddo’ (o statico) – dove le PA predispongono strumenti di ascolto delle opinioni dei cittadini su un determinato tema. Da questo punto di vista, la consultazione on-line avviata dal governo tende a collocarsi attorno al secondo polo, dal momento che i flussi di comunicazione tra cittadino e governo sono prevalentemente unidirezionali, si sviluppano dal basso verso l’alto e tendono a riflettere in modo statico gli interessi e le preferenze dei singoli attori. In aggiunta a quanto fatto, la strada da imboccare in futuro è quella di aumentare il livello di partecipazione, istituzionalizzando la pratica del dibattito pubblico, cioè una forma di confronto tra diverse posizioni presenti all’interno della società, che consenta ai cittadini di diventare più consapevoli delle loro idee (oppure di cambiarle qualora ritenute sbagliate) e permetta alle nostre democrazie di rinnovarsi e rigenerarsi continuamente. Altre osservazioni, per lo più di carattere strumentale, riguardano invece le modalità operative utilizzate per svolgere la consultazione. In primo luogo, va detto che i documenti messi a disposizione dal Ministero – questionario, glossario e dossier informativo – risultano eccessivamente complessi e pertanto destinati principalmente ad un pubblico specialistico. Sarebbe stato meglio predisporre un questionario più semplice e intuitivo nelle modalità di risposta, al quale abbinare un ‘documento di inquadramento’ – appositamente redatto – con alcuni dati base (ad es., statistiche su titoli di studio, sulle professioni regolate e sul pubblico impiego; informazioni per l’ingresso e lo sviluppo delle carriere nella PA e nel mondo delle professioni). In secondo luogo, sarebbe stato utile coinvolgere non solo singoli cittadini, ma anche associazioni e organizzazioni collettive, con il duplice scopo di mettere in rete le rispettive conoscenze e accrescere la fiducia verso le nuove modalità di approccio ai problemi collettivi. Comunque, un buon inizio.

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