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Riforma elettorale: sotto l’apparenza, niente

Dicono che stavolta è quella buona: la legge elettorale verrà cambiata. Lo vogliono tutti i partiti, ma, del resto, come potrebbero dire pubblicamente di non volerlo, soprattutto di fronte all’amarezza di un milione di firmatari del referendum recentemente bocciato? Pare che stavolta la novità sia nella convergenza di interessi dei due maggiori partiti, Pd e Pdl: in particolare, quest’ultimo starebbe cercando di far fronte all’evenienza di dover correre senza la Lega alle elezioni politiche. C’è da crederci?

In effetti, la Lega non perde occasione per dichiarare che si presenterà da sola alle prossime amministrative, ma questo non vuol dire che farà altrettanto alle politiche: smarcarsi da Berlusconi le serve per tentare di vincere adesso sul territorio, dove si vota con un sistema che prevede le preferenze e il voto disgiunto. Sul nazionale, però, i numeri si contano in un altro modo, e lo Lega lo sa. Lo sa anche il Pdl, che, dopo lo smarrimento dei primi mesi, sta cercando di ricompattarsi su un Berlusconi rinvigorito dall’aver dimostrato ai suoi di essere indispensabile per la loro sopravvivenza politica. Forte di questo, cerca adesso di riproporsi agli elettori come un politico responsabile pronto a sacrificare le convenienze elettorali al bene del Paese: le lodi tessute al governo Monti e l’apertura sulle riforme rientrano in questo piano.

Berlusconi sa bene, come lo sa Bersani, che essere d’accordo sull’opportunità di cambiare la legge elettorale non significa affatto esserlo sul come cambiarla. Alcuni osservano che il Pdl sarebbe disposto ad eliminare il premio di maggioranza per non dipendere dall’alleanza con la Lega; il Pd in cambio cederebbe sui collegi uninominali, e così il sistema su cui sembrerebbero incontrarsi risulterebbe essere quel proporzionale corretto che tanto piace all’Udc ed ai partiti della sua taglia.

Il più è, dunque, fatto? In realtà, il più è tutto da fare. In un sistema elettorale sono proprio i dettagli a fare la differenza e a decidere verso quale sistema proporzionale indirizzarsi.  Ad esempio, prevedere una soglia di sbarramento va senz’altro bene, ma molto dipende dal quantum. Inoltre, anche se alta, la soglia rischia di servire a poco se continueranno ad essere consentiti quegli apparentamenti tra liste che si sa destinati a dividersi dopo il voto. Un altro dettaglio che può fare la differenza è quello relativo alla scelta di collegi o di circoscrizioni. Non si tratta di tecnicismi: i cittadini devono cominciare a interessarsi anche a questi temi, solo all’apparenza ostici, se non vogliono essere illusi ogni volta. Devono sapere che non è semplicemente con la reintroduzione delle preferenze che potranno tornare a scegliere da chi farsi rappresentare in Parlamento, quanto con l’introduzione di collegi uninominali o di circoscrizioni elettorali piccole al punto da consentire all’elettore di conoscere i candidati e decidere consapevolmente quale votare. I partiti cedano sui collegi uninominali purchè la contropartita sia il ridisegno delle circoscrizioni sul modello spagnolo, la cui dimensione contenuta vira il sistema proporzionale in direzione maggioritaria.

Sono molte le scelte di buon senso che i partiti possono fare in materia elettorale, ma senza aggiungersi alle tante ricostruzioni, spesso di fantasia, di questi giorni, conviene limitarsi all’evidenza: sono ancora troppi i punti su cui i partiti devono accordarsi per poter dichiarare vittoria sulla riforma. Ne discuteranno molto nei prossimi mesi, magari simulando di essere ad un passo dalla meta, ma solo per tentare di diminuire il discredito accumulato presso i propri elettori. Realisticamente il rischio che vada tutto a monte resta altissimo. A meno di un intervento esterno, come è accaduto per la caduta del governo Berlusconi. Sino ad allora, sotto l’apparenza del dialogo continueremo a trovare il nulla di fatto.

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