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La comparsa. Perché il partito democratico non è mai nato

Il libro è un contributo critico al dibattito politico attuale: non una discussione astratta, ma il racconto di una testimone del processo costituente del Partito Democratico. L’autrice, infatti, è stata componente del “Comitato dei 45 saggi”, che nel maggio del 2007 ebbe il compito di scrivere le regole per la nascita del nuovo partito.

Il racconto, a tratti personale, riporta in presa diretta profili inediti di personaggi politici come Veltroni, Prodi, Fassino, e altri, nonchè episodi passati sotto silenzio e ignorati dal grande pubblico.

Si viene così a sapere, per esempio, che Romano Prodi fu l’unico a opporsi alla “messa in sicurezza” della vecchia classe dirigente nel passaggio al nuovo partito, mentre Rosy Bindi si espresse a favore.

Un Partito Democratico è comunque nato. Ma è tutta un’altra cosa rispetto al progetto originario.

Il libro è pensato non per gli addetti ai lavori, ma per la gente comune. Quella che vota e che spesso si ritrova a fare la “comparsa”.

di Paola Caporossi

Pascal Editrice, 2009

 

Leggi di seguito un abstract:

Premessa

Il 14 maggio 2007 fui chiamata a far parte del Comitato Promotore Nazionale per il Partito Democratico, conosciuto anche come “Comitato dei quarantacinque saggi”, che ha scritto le regole per la nascita del Partito Democratico.

Venni scelta come rappresentante della cosiddetta società civile, sulla base del curriculum presentato e del volontariato civico svolto: una semplice cittadina, senza relazioni importanti o parentele illustri, senza una storia di partito e senza una tessera né DS né Margherita.

Il Comitato era stato pensato così da Pietro Scoppola, in occasione del suo intervento al convegno organizzato dall’APD (Associazione per Partito Democratico), il 4 giugno 2006, a Roma:

“Un comitato promotore costituente in funzione di garanzia, composto da poche persone, autorevoli e indipendenti. Il comitato ha il compito di stabilire e di accompagnare il percorso, non soltanto organizzativo ma anche politico, della Costituente, e preparare le norme statutarie relative alla vita interna del nuovo partito, con la completa applicazione del metodo democratico previsto dall’art. 49 della Costituzione”.

Le cose sono andate diversamente. Cerco di spiegare perché.

 

Introduzione

Sono stata a lungo indecisa se scrivere o meno un libro sulla mia esperienza nel Comitato dei quarantacinque, che è un pezzo di storia politica di questo paese. Ho indugiato perché sarebbe stato difficile raccontare i fatti senza finire per causare qualche danno involontario ad un progetto che mi stava molto a cuore: l’avvio di un soggetto politico nuovo e coraggioso nel centrosinistra.

Memore anche delle polemiche sollevate per qualche mio intervento passato sul web all’epoca dei fatti, ho preferito tacere, aspettare che gli eventi si assestassero, stimando che una volta che il PD si fosse consolidato avrei potuto raccontare la mia versione dei fatti. La versione di una testimone, che era stata chiamata, inaspettatamente, a fare l’attrice esordiente e si è ritrovata a fare la “comparsa”. A tempo molto determinato. Appena una co.co.pro.

Adesso è arrivato il momento di scrivere. Non perché il PD si sia consolidato, ma, al contrario, perché i suoi tentennamenti e debolezze sono tali da rendere irrimandabili, persino doverose, le parole di tutti quelli che hanno contribuito in qualche modo alla sua nascita. Parole che possono testimoniare il vero patrimonio del Partito Democratico: la gente, tantissima, che ha saputo coinvolgere ed appassionare. Gente, che dopo aver affollato piazze e urne, rispondendo entusiasta e paziente a qualsivoglia chiamata del partito, si è arresa oggi all’evidenza, ma non si è rassegnata a veder svanire il progetto politico: semplicemente si è messa da parte, in attesa, o forse nella speranza, di una classe dirigente migliore.

Il libro, come si capisce dal titolo, non vuole essere una ricostruzione fedele dei fatti, ma un racconto personale, in cui date ufficiali e personaggi politici si mescolano a episodi personali e personaggi comuni dei quali nessuno, ovviamente, ha dato notizia, ma che hanno fatto grande il percorso verso il Partito Democratico.

 

La prima parte del libro riguarda il resoconto dei fatti: dalla nomina del Comitato dei quarantacinque, il 14 maggio 2007, all’ultima riunione dell’11 luglio successivo, sino alla campagna elettorale per le primarie del 14 ottobre.

Vengono raccontati gli interventi inediti di Prodi, Fassino, Veltroni, Franceschini, Bersani, Bindi, ecc.. , nonché episodi in certo modo di colore, che vanno dal broncio di Prodi della prima sera all’abbigliamento impeccabile della Pollastrini alle mie gaffe con alcuni big del nascente partito. Il libro, infatti, non è pensato per gli specialisti e addetti ai lavori, ma per la gente comune, quella che vota.

La seconda parte del libro, intrecciandosi a tratti con la prima, descrive e spiega le regole che hanno portato alla nascita del Partito Democratico: dal decalogo del 18 giugno 2007 alle modifiche definitive dell’11 luglio, non rintracciabili sul sito del PD ma documentate dettagliatamente in Appendice.

Non si tratta, però, di una ricostruzione storica né meramente tecnica delle norme approvate due anni fa. L’analisi è politica ed ha un duplice scopo.

Da un lato, dimostrare che le difficoltà in cui il PD si è trovato all’indomani della sua nascita erano ampiamente prevedibili. Anzi, sono state l’inevitabile effetto delle decisioni dei quarantacinque. La scelta delle regole, infatti, è stata in gran parte finalizzata alla messa in sicurezza delle classi dirigenti DS e Margherita, e, conseguentemente, l’apertura alla cosiddetta società civile è stata in gran parte fittizia: consentita “in entrata”, con le candidature, ma non “in uscita”, con gli eletti.

Dall’altro lato, lo scopo del libro è mettere in guardia: senza modificare le regole, la situazione del partito difficilmente potrà cambiare. Il rischio, in altre parole, è di fallire ancora.

Del Partito Democratico è stato detto che è un malato che ancora respira, ma, se si continuerà a sbagliare diagnosi, sarà difficile poterlo salvare ancora.

Lo disse già Prodi[1], tre anni fa:

“Se non affrontiamo la costruzione del nuovo partito col senso del nuovo, col senso della felicità di costruire qualcosa di diverso, non supereremo mai gli ostacoli che esistono. …. Se non andiamo a passo veloce finiremo col cadere, e se ci si ferma, poi riprendere il cammino diventerà quasi impossibile”.

[1] Le parole sono tratte dal discorso che Prodi registrò per il convegno del 4 luglio 2006 organizzato dall’APD (Associazione per Partito Democratico) a Roma. Il testo integrale del discorso è riportato in appendice a questo libro.

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