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Governo tecnico o elezioni subito?

Tra le tanti discussioni paradossali che affaticano l’Italia c’è quella sul dopo Berlusconi, e il dilemma è se sia meglio varare un governo cosiddetto tecnico o indire subito nuove elezioni.

Le dichiarazioni che si leggono sull’una e sull’altra soluzione sono spesso non attendibili, perché vengono da partiti, che, inevitabilmente, scelgono sulla base della propria convenienza in termini di sopravvivenza politica. E allora conviene fare un po’ di chiarezza.

Va da sé che non esiste la soluzione migliore in assoluto, bensì la migliore soluzione possibile in questo momento.

La prima opzione, quello di andare quanto prima al voto, avrebbero il pregio di definire chi ha oggi la maggioranza politica in Italia, ma presenta almeno tre controindicazioni di peso.

Innanzitutto, i mercati finanziari non apprezzerebbero, in questo momento, il clima di precarietà che  i mesi di campagna elettorale comportano. In secondo luogo, tornare a votare con il Porcellum significherebbe ritrovarsi in una situazione analoga a quella attuale, con un Parlamento di nominati, come tali selezionati solo per la fedeltà assoluta ai capi, che sarebbero, poi, gli stessi di adesso. In terzo luogo, le riforme che il Paese richiede sono talmente impopolari che nessuna parte politica, per quanto uscita maggioritaria dalle urne, avrebbe plausibilmente il coraggio di  farsene carico da sola.

L’altra opzione, un governo di responsabilità nazionale (i governi tecnici non esistono, perchè devono essere comunque sostenuti da una maggioranza politica), avrebbe il vantaggio di costituire un segnale apprezzato dai mercati finanziari. In secondo luogo, se quel governo riuscisse a disporre di una maggioranza ampia e trasversale, potrebbe varare riforme scomode per qualunque partito.

I due vantaggi sono, però, solo ipotetici: nella pratica, è difficile dare torto a quanti sostengono che le distanze tra i potenziali sostenitori del governo di responsabilità nazionale resterebbero tali da impedire qualsiasi riforma. Si pensi anche soltanto alle divergenze tra Sel e gli ex-An.

Entrambi le opzioni, dunque, presentano opportunità e rischi. Perché, allora, non tentare di integrarle? Governo di responsabilità nazionale ed elezioni prima della scadenza naturale della legislatura non sono necessariamente soluzioni alternative. La gravità del momento impone subito la certezza di un governo inevitabilmente politico ma con un alto profilo tecnico. Esso, però, deve avere un mandato preciso e a tempo: varare alcune riforme in ambito economico che mettano in sicurezza i conti pubblici e rilancino la crescita. Prioritariamente si può pensare all’eliminazione delle pensioni di anzianità compensata in termini di equità sociale dall’introduzione di una tassa sui patrimoni più consistenti; una riforma del mercato del lavoro improntata ad una maggiore flessibilità ma compensata da veri ammortizzatori sociali come l’assegno di disoccupazione; una lotta seria all’evasione fiscale. Inoltre, il nuovo governo non potrà evitare di porre mano ad una legge elettorale quale il Porcellum, che ha fatto solo danni nel nostro Paese.

Bastano sei mesi per fare questo? Se si vuole, sì. Poi a maggio si torni a votare. Il resto del dibattito in questo momento è inutile, o, peggio, dannoso per tutti noi.

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