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Il coraggio di rischiare

Ad osservare quanto sta accadendo sulla scena politica italiana si ha l’impressione che si stia giocando una di quelle partite di campionato irrilevanti ai fini della classifica – né per lo scudetto né per la retrocessione – con gli spettatori che, stufi dello spettacolo, lasciano lo stadio poco per volta senza che i giocatori facciano nemmeno mostra di accorgersene.

Non c’è memoria di precedenti. Da una parte, l’attuale governo continua a restare in sella, in barba alle stroncature ed agli espliciti inviti alle dimissioni dei più autorevoli organi di informazione nazionali ed internazionali e adesso perfino di fronte agli inaccettabili sarcasmi dei più autorevoli leader europei, destinati – temiamo- ad aumentare con le vacue promesse di queste ore. Senza considerare gli scandali e i procedimenti giudiziari che minano l’autorevolezza della maggioranza, le sue spaccature interne, il crollo del suo gradimento. Dall’altra parte, l’opposizione italiana, di cui tutti i sondaggi certificano l’insufficienza, rimane ripiegata su stessa e tesa solo alla ricerca mediatica del taumaturgo capace d’un sol colpo di risollevarne le sorti. Ma ormai la malattia è così profonda che il guaritore non serve.

Non è più il momento di uomini (o donne) soli al comando. Ma semmai di tanti “numeri uno” disposti a lavorare insieme, al di là delle appartenenze e mettendosi in discussione in modo libero e critico, per il proprio Paese. Paradossalmente è il momento in cui per vincere tutti assieme ognuno deve avere il coraggio di rischiare di perdere. Se continuiamo a cercare con chi vincere, anziché per cosa vincere, vuol dire che il ventennio berlusconiano non ci ha insegnato nulla. Non tutti, fortunatamente, si prestano a questo gioco in Italia, e non sono pochi. Non cercano i riflettori, ma lavorano in silenzio, provando a capire la malattia prima di tentare risposte. Persone competenti di cui in politica mai come adesso c’è estremo bisogno.

Il primo sintomo da cogliere è che la crisi ha ormai incrinato il totem del benessere a ogni costo e della crescita esasperata e consumistica. Da ora in avanti crescita e sviluppo potranno reggersi solo su gambe sane. Il processo di trasformazione dell’uomo in mero consumatore si è fortunatamente interrotto, la difesa dei livelli di reddito mediante l”induzione forzosa al debito pubblico e privato, spesso per alimentare profitti spropositati di una finanza ingorda, non è più possibile. Questo meccanismo non poteva reggere, e infatti non ha retto, ma la crisi odierna può diventare un’opportunità per chi ha la capacità di coglierla. Un’opportunità per ripartire su fondamenta più etiche, e quindi solide, in cui al centro sia la persona e non il coacervo di interessi economici e finanziari di ristretti gruppi di potere, ponendo l’equità come motore di una crescita sostenibile. Del resto, non è un caso che dal 2008 la crisi, finanziaria prima ed economica poi, non solo non si sia risolta, ma sia arrivata a contagiare gli Stati sovrani.

Mettere al centro la persona non vuol dire garantire ancora l’ingarantibile: non vuol dire, ad esempio, che le retribuzioni restino sganciate dalla produttività; che le pensioni non vengano adeguate all’allungamento della speranza media di vita; che posti di lavoro privati possano essere conservati a costo dell’intera collettività; che lo Stato e gli enti locali possano mantenere all’infinito tariffe fuori mercato. Perché se il salario resta una variabile indipendente, le imprese falliscono; perché la cassa integrazione forzosa e senza scadenza non salva automaticamente un’azienda decotta; perché i servizi per essere efficienti costano, anche allo Stato.

Mettere al centro la persona vuol dire, piuttosto, valorizzarne il ruolo: per crescere bisogna essere competitivi, e la competitività non può prescindere da quello che un tempo si chiamava il capitale umano. Si tratta di creare – e questo dovrebbe essere il compito precipuo della politica – un modo nuovo di concepire i rapporti tra capitale umano, tecnologico e finanziario. Tutti importanti e tutti da ripensare, nessuno buono o cattivo in sé. Neppure il debito. Che può essere anche un debito “buono” se finalizzato a sostenere investimenti, in opere strategiche come le infrastrutture o in servizi altrettanto strategici come scuole e ospedali. Ciò che va debellato è lo sperpero di risorse: la spesa a pioggia, così come il taglio lineare, non è più sostenibile. E non per un principio astratto, ma concretamente perché i tempi non lo consentono più: la crisi non lascia margini di trattativa e richiede un cambiamento di pensiero e di comportamento immediato da parte di tutti.

Il populismo, che strumentalizza le paure, alligna sia a destra sia a sinistra. Certo le paure non sono tutte uguali: non tutte sono ingiustificate e da ignorare. C”è la paura di perdere il posto di lavoro e c’è la paura dell’immigrato che ce lo porta via. La paura che chiudano la scuola e l’ospedale del nostro quartiere e la paura dello straniero che ci passa avanti nelle graduatorie per l’asilo. Il timore per l’impianto di smaltimento dei rifiuti vicino a casa, per la ferrovia veloce o per la strada che deturpa l’ambiente intorno. Molte di queste paure ci sono sempre state: dove è la novità? Nella rassegnazione della politica, nella sua incapacità di reazione alla paura e nel suo accontentarsi di cavalcarla.

Ma non è questo il compito della politica, che deve guardare lontano e investire nella speranza del futuro. In concreto cosa significa? Di sicuro significa fare scelte coraggiose, anche se impopolari. E la prima deve essere responsabilizzare le persone. La politica deve dire con chiarezza che non serve cercare il nemico “fuori”, poco importa se nell’immigrato o nella concorrenza cinese, nella magistratura o nell’avversario politico. Questo si chiama, lo si ribadisce con forza, populismo. A quel modo di intendere la politica dobbiamo dire basta, perché colpevolizzare l’altro e deresponsabilizzare se stessi e la propria comunità sottrae a tutti noi il diritto-dovere di misurarsi con il proprio futuro. Non solo: cancella anche la principale risorsa che una comunità deve avere, la fiducia in se stessa.

Il momento che viviamo è uno di quelli in cui alla politica è chiesto di saper rischiare l’impopolarità per vincere, perché limitarsi a cavalcare la paura significherebbe chiudere il Paese, rinunciare a portarlo fuori dello stallo in cui si trova. Responsabilizzare i cittadini, le istituzioni, le imprese, servirà ad intraprendere quel percorso di ricostruzione culturale, prima ancora che politico ed economico, di cui l’Italia ha un grande bisogno.

La strada è lunga, ma non ci sono scorciatoie. Per nessuno.

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