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L’autunno della Repubblica tra crisi e incertezza


L’autunno 2011 dell’Italia è una stagione di crisi e di incertezza. Queste due caratteristiche non sono peculiarità solo domestiche: tutto l’occidente fa i conti con gli attacchi speculativi, i saliscendi delle borse, il rischio del
default greco, le voci su una possibile exit strategy europea dalla moneta unica, le marce degli “indignados” che in molte capitali protestano per un debito pubblico che non hanno contratto loro, ma che inevitabilmente si riverserà sulle giovani generazioni, costringendole ad un futuro sempre più precario, economicamente meno promettente di quello dei loro genitori.

Eppure in Italia c’è qualcosa di più, poiché alla crisi economica si aggiunge l’incertezza di una stagione politica che ha esaurito da tempo il suo ciclo vitale, ma che, un po’ per mancanza di alternative, un po’ per la miopia delle nostre classi dirigenti, si trascina avanti agonizzante, rischiando di portare con sé nel baratro l’intero paese.

Il governo veicola agli occhi del mondo il ritratto dell’ “impero alla fine della decadenza”, plasticamente rappresentato dall’immagine di Berlusconi e Bossi giovedì a Montecitorio, per incassare la fiducia dopo lo scivolone sulla legge di bilancio. Berlusconi parla per 19 minuti nell’aula semi-deserta della Camera, leggendo un discorso privo di slanci, teso solo ad ottenere l’ennesimo voto favorevole da parte di una maggioranza raccogliticcia, costretta ad inseguire i mal di pancia di qualche “responsabile” o a rassicurare gli inquieti peones del Pdl, preoccupati di non essere reinseriti nelle liste bloccate in caso di elezioni anticipate. E’ finito il tempo in cui Berlusconi, parlando a braccio, entusiasmava le platee prospettando la “rivoluzione liberale”, ma non è più nemmeno il tempo in cui lo stesso Presidente del Consiglio – era il maggio del 2008 – varava il suo nuovo governo con un discorso credibile che otteneva il plauso delle opposizioni. Oggi, screditato dagli scandali sessuali, deriso dai giornali di tutto il mondo, tormentato dai numerosi processi in cui è imputato, è un leader stanco e ripiegato nella sopravvivenza (politica) quotidiana, incapace di prospettare un rilancio economico per il paese e visibilmente privo di una visione dell’Italia futura. Accanto a lui c’è Bossi, che in quei 19 minuti sbadiglia 12 volte, annoiato e disinteressato, e tuttavia anche questa volta al fianco di Berlusconi in ossequio ad un patto che lega i due vecchi leader da ormai un decennio. L’ostinazione di Bossi nel sostegno al governo sta logorando il partito che declina nei sondaggi e incrinando la sua leadership sulla base leghista, sempre più ribelle di fronte ai diktat del capo, che impone il segretario provinciale di Varese costringendo al ritiro gli altri due candidati, come nella peggior tradizione del Pci d’antan. Anche Bossi, come Berlusconi, è politicamente al capolinea, tuttavia rimane al suo posto, poiché i congiurati, che pure ci sono (Maroni e Tosi in primis), non hanno la forza di pugnalare il vecchio Cesare.

Eppure, se l’Italia si trova in questa situazione di stallo senza fine non lo si deve solo al governo, ma all’incapacità di tutti gli altri attori, politici, economici e sociali, di indicare una via d’uscita chiara e un percorso credibile per salvare il paese. Bisognava aspettare il declassamento delle agenzie di rating e lo spread Btp-Bund che schizza ai massimi storici perché la Confindustria prendesse finalmente le distanze dal governo? E quanti scandali e intercettazioni compromettenti la Chiesa ha dovuto tollerare prima che dalla Cei si levassero timide parole di denuncia del degrado morale in cui versa la nostra classe dirigente? I cosiddetti “poteri forti” in Italia sono stati per troppo tempo al seguito, quando non addirittura parte integrante, del blocco di potere costruito dal Cavaliere, e solo adesso, quando la fine è vicina, cercano di tirarsi fuori. Ma sono complici e corresponsabili di questo declino.

E l’opposizione? Senza un programma e senza un leader non riesce a tracciare una via d’azione condivisa. Trova per un momento l’unità isolandosi nella protesta aventiniana, ma subito dopo si ridivide sulle prospettive del dopo-Berlusconi. C’è chi, come il Terzo Polo, vorrebbe evitare le elezioni in primavera, preoccupato di ritrovarsi stritolato dall’attuale legge elettorale, e preferirebbe aspettare che la crisi nel Pdl deflagri del tutto per imbarcare molti delusi tra le proprie fila. C’è il Pd che, per bocca di Bersani, chiede le elezioni anticipate, confortato dai sondaggi che danno il centrosinistra avanti ormai di molti punti, tanto che anche al Senato, se si votasse oggi, il rischio di paralisi sembra diminuire e il fantasma del 2006 (i soli due voti di maggioranza del Governo Prodi) appare più lontano. Ma altri, all’interno dello stesso partito, opterebbero per un “governo di decantazione” per riscrivere la legge elettorale, magari secondo l’astruso “modello ungherese” (misto di maggioritario a doppio turno per il 70% dei seggi, e proporzionale con sbarramento al 5% per il 28%, e un 2% dei seggi lasciato come diritto di tribuna per le forze minori). E c’è ancora chi, come Vendola, Di Pietro e nel Pd lo stesso Parisi, preferisce che la legislatura vada avanti con questo governo, per far si che nel 2012 si celebri il referendum contro l’attuale legge elettorale, così da incassare, in caso di vittoria, i dividendi politici e poi elettorali per aver creduto con coraggio che la raccolta delle firme (alla fine giunte a 1 milione e 200.000) non fosse un’utopia.

Tanti attori, tante strategie diverse, dunque. E così l’autunno 2011 dell’Italia va avanti tra crisi e incertezza. Nessuno agisce, per paura di fare la mossa sbagliata e ritrovarsi a mani vuote. Anche l’annunciata “discesa in campo” di Montezemolo rimane fantapolitica. Tutti aspettano acquattati l’avvento del Big Bang, cioè la caduta di Berlusconi, che rimescolerebbe completamente le carte in tavola, e forse anche gli attuali schieramenti politici, decretando finalmente l’avvio di una fase nuova. La Seconda Repubblica (se mai è davvero esistita) è ormai un malato terminale, ma non si è ancora trovato un medico deciso a staccare la spina.


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