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Irrazionalità e mercati

Arthur Schopenhauer affermava che la vita è la manifestazione cieca di un principio arbitrario e alternativo alla ragione. In altri termini, che l’uomo è profondamente in balia della sua irrazionalità. Per il pensatore tedesco questa ontologica irrazionalità è da considerarsi come la prima ed unica causa di sofferenza della misera esistenza umana.


Schopenhauer era un filosofo tedesco nato nel 1788 e non un broker di Wall Street dei giorni nostri o un investitore. Il suo pensiero, tuttavia, è la miglior sintesi dell’andamento dei mercati finanziari di tutto il mondo: domina l’irrazionalità più spinta, i cui risultati causano gravi sofferenze, in particolare ai portafogli dei mortali.


Dal 27 luglio all’8 agosto il mondo ha visto un crollo medio nelle quotazioni del 16% (calcolato sull’indice MSCI World). In alcuni Paesi, tra cui il nostro, il calo delle quotazioni è stato ancora più violento e oltretutto non ha riguardato solo le azioni (che sono per definizione il “capitale di rischio”), ma anche i titoli di Stato, cioè i beni rifugio dei piccoli risparmiatori.


La volatilità sta ancora dominando le piazze finanziarie del globo ed i governi stanno cercando di correre ai ripari con – direi poco efficaci ma molto patetiche – proibizioni all’attività di short selling, cioè alle operazioni di speculazione al ribasso attraverso le vendite allo scoperto.


e Lehman Brother, una delle maggiori banche della storia, è effettivamente fallita). Ora però si fatica a vedere una ragione altrettanto chiara, univoca e drammatica.


Da qualche tempo il “principio alternativo alla ragione”, come lo definiva Schopenauer, sembra essere sempre più seguito sui mercati finanziari.


Esattamente un anno fa, nell’agosto del 2010, lo S&P500, l’indice borsistico che include le cinquecento più grandi aziende Usa, era precipitato a 1050 punti (per la cronaca ora è a 1120 e due settimane fa a 1337). Allora si temeva che la ripresa economica fosse stata solo una chimera e che la maggiore economia del pianeta sarebbe precipitata nel baratro di una catastrofe di tale portata da coinvolgere tutto il mondo; le paure di quei giorni hanno persino spinto la Federal Reserve a inondare i mercati con i 600 miliardi di dollari del programma Quantitative Easing 2. Ebbene, le revisioni successive, compiute con maggior serenità, hanno mostrato che l’economia a stelle e strisce stava crescendo ad un tasso del 3%.


Nel primo trimestre di quest’anno (fino al terremoto di Fukushima dell’11 marzo) i mercati erano al rialzo, nella convinzione che la tanto desiderata ripresa fosse ormai in atto, e l’S&P500 aveva raggiunto quota 1350. In quel periodo l’economia dei Paesi sviluppati cresceva in realtà di un irrisorio 0,4%.


Nei tre mesi successivi gli investitori erano terrorizzati che il Giappone sarebbe potesse arrivare all’annientamento economico, che l’industria dell’auto (il comparto più importante tra i beni di consumo) venisse paralizzata dalla mancanza di componentistica, e temevano che esplodesse una crisi di disoccupazione nel settore; di conseguenza l’S&P500 è sceso fino a 1260 punti. Ci stavamo disperando, ma le statistiche successive hanno mostrato che in quei tre mesi il Pil americano stava crescendo dell’1,3%, quello britannico dello 0,7%, quello italiano dello 0,3% e quello cinese addirittura del 9,5%.


E ora che cosa sta succedendo?


Il mondo aspettava il default più totale della Grecia. Il desiderio di un simile spettacolo catastrofico è stato per il momento (e per un soffio) frustrato. Gli speculatori, cui però evidentemente premeva tanto assistere al fallimento per debiti di uno Stato sovrano, hanno iniziato a sperare di poter “vedere il sangue” di qualcun altro. Prima hanno scommesso sulla Spagna, colpevole di avere un tasso di indebitamento sul Pil del 70% e un livello di disoccupazione decisamente importante. La penisola iberica, però, non ha dato grandi soddisfazioni in tal senso. Ci si è rivolti quindi all’Italia.


Il nostro Paese ha un enorme debito di 1900 miliardi di euro, pari al 120% del Pil. Tutti quindi si sono messi a vendere i titoli di Stato: fino a ieri l’imperativo era quello di disfarsi di BOT, BTP e CCT prima che Roma dichiarasse bancarotta. Piccolo particolare: nei primi anni ’90, in proporzione, l’indebitamento italiano era decisamente più grave. E comunque è da un ventennio che il Belpaese convive, seppure con una certa dose di sacrificio fiscale, con debiti di questo ammontare. Se poi attraversiamo l’Oceano Atlantico e ricalcoliamo il debito di Washington all’europea, cioè includendo le passività pensionistiche e la spesa sanitaria, arriviamo ad un conto in negativo per circa 60 trilioni  di dollari, valore pari al 400% del Pil Usa e che fa sembrare il debito italiano una cosa di poca rilevanza.


Effettivamente il debito italiano è enorme, ma a differenza di altri Paesi, il nostro ha un livello di risparmio privato che altrove è assolutamente sconosciuto: 8284 miliardi di euro secondo le rilevazioni di Bankitalia di qualche mese fa. Se per assurdo lo Stato volesse chiedere ai propri cittadini di “pagare il conto” questi ultimi potrebbero fronteggiare il debito, cosa che non sarebbe assolutamente possibile in tanti altri Paesi, tra cui anche gli Usa, apparentemente più forti dell’Italia da un punto di vista finanziario.

E a proposito di debito pubblico degli Stati Uniti, questo è stato un altro dei punti su cui gli speculatori hanno operato, speculando al ribasso con violenza. Per un mesetto circa, le agenzie di Rating hanno dato vita ad una sorta di teleromanzo sul possibile downgrade del rating sovrano americano.  L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha finalmente abbassato il giudizio sul merito creditizio degli USA dal grado massimo AAA ad AA+.

Per i mercati è stata una tragedia. Ma è cambiato qualcosa in realtà?

Quando le Borse hanno cominciato a precipitare, gli investitori hanno venduto le azioni e si sono spostati sul mercato dei titoli di Stato. E che cosa hanno comperato? Ciò che si compra sempre quando si ha paura di volatilità e ribassi: i titoli di Stato della maggior potenza mondiale, gli Usa.

E comunque, alla luce del  downgrade di Washington, dovremmo vendere tutti i bond americani (con rating AA+) per comprare quelli dell’Isola di Man o di Singapore (con il migliore giudizio AAA)? Sarebbe ovviamente un’assurdità!

Oltretutto, poi, Standard & Poor’s ha abbassato il suo giudizio sul debito americano da poco: l’agenzia di rating cinese Dagong già da tempo aveva declassato gli Usa ad A, al pari dei più politicamente instabili Russia e Sud Africa, ben al di sotto del giudizio AA+ attribuito da Standard & Poor’s. Per la cronaca secondo i cinesi il giudizio dell’Italia è A-. Ebbene, nonostante questo downgrade, la Cina Popolare possiede il 60% di tutti i titoli del debito pubblico di Washington e non sembra avere alcuna intenzione di disfarsene!

E comunque non dimentichiamoci che ci sono titoli derivanti da cartolarizzazioni di mutui subprime che sul mercato valgono zero, ma che fino a poche ore prima del crack per le agenzie di rating avevano un merito a tripla A…

Alla fine gli speculatori hanno provato ad attaccare anche la Francia (il cui debito è valutato AAA), ma anche in questo caso con poca soddisfazione.

La volatilità in questi giorni è decisamente alta e non è difficile prevedere che per qualche settimana ancora i prezzi di azioni, obbligazioni, titoli di Stato e dei vari strumenti finanziari si muoveranno come un ottovolante.  Fare previsioni sulla salute di qualunque economia è decisamente difficile. Sembra però un po’ strano che il mondo finanziario sia effettivamente e così radicalmente cambiato in due settimane… in cui, in fondo, non è successo nulla di sostanziale.

Tradizionalmente i volumi di scambio in agosto sono più ridotti che in altri periodi dell’anno e questo amplifica notevolmente i movimenti imposti dall’umore altalenante degli operatori e dall’irrazionalità che in quest’ultimo periodo domina il mercato.

Il fatto però che talvolta valga la pena seguire il “gregge”, uniformarsi ai suoi movimenti, benché si sappia che sono assolutamente irrazionali, e anche applicarsi alla pura speculazione per il bene del portafoglio… questo è un altro discorso.

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