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La retorica dell’apertura

Dopo le improvvise vittorie elettorali della primavera scorsa, sono molti gli esponenti del Pd che continuano a proclamare la necessità di aprire alla partecipazione e ai movimenti.  Qualcuno, però, dovrebbe ricordare loro che il Pd era nato proprio per fare questo: per aprire ai movimenti, e anzi per includerli. Il nuovo partito – si diceva – non dovrà essere la mera somma dei due preesistenti, Ds e Margherita, ma dovrà coinvolgere la società civile. All’epoca incarnata nella figura di Prodi, temutissimo per i suoi quattro milioni di voti alle prime consultazioni primarie della storia italiana, la società civile avrebbe dovuto entrare a pieno titolo nelle strutture e nelle gerarchie di partito alla pari dei politici di lungo corso. L’idea era in certo modo rivoluzionaria nello stantio sistema partitico italiano: chi non aveva mai avuto una tessera di partito era invitato a sedersi accanto a chi l’aveva da sempre.
Cosa è successo dopo lo sappiamo tutti, ma le ultime dichiarazioni degli autorevoli esponenti del Pd di questi giorni attestano quanto già sapevamo. E cioè che la società civile è stata, sì, invitata ad entrare, ma solo per restare nell’atrio. Al massimo per sedersi in sala d’attesa . Ai piani alti, quelli degli eletti e dei funzionari di partito, tra i cosiddetti “nuovi” non è entrato nessuno, se non dopo un duro esame di obbedienza al mentore di turno. In altre parole, il Pd, come del resto il Pdl, è un bellissimo progetto rimasto sulla carta: il partito che ne porta il nome oggi è un’altra cosa.
Grazie a quanti lo hanno involontariamente ammesso oggi con le loro dichiarazioni pubbliche.

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