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Costi della politica: chi può fare cosa

Il problema dei costi della politica c’è ma non da ora. Solo che in Italia viene sepolto e resuscitato a seconda dell’aria che tira.
I cittadini, però, si aspettano che chi solleva il problema si sforzi anche di trovare una soluzione. Il che non è un dettaglio di poco conto, dato che a dover risolvere il problema sono proprio quelli che l’hanno creato. Praticamente irrisolvibile, dunque.
Eppure, che si tratti di province, di doppi incarichi, di nomine nelle partecipate, non c’è che da iniziare a fare pulizia: semplicemente con un po’ di buon senso si potrebbero già fare miracoli, se solo si volesse. Il punto è proprio qui: nessuno di quelli che possono vogliono. E allora va da sé che anche il ritornello dell’estate 2011 finirà dimenticato come quello di ogni anno.
Si sente dire che il vento è cambiato: qui non importa se è cambiato davvero, ma se i cittadini possono approfittarne per fare davvero qualcosa. Non si tratta di scendere ancora in piazza con slogan antisistema, né di costringere i media ad occuparsene per qualche giorno. Quale sarebbe il risultato? Che i politici si esibirebbero per un po’ in dichiarazioni tuonanti, si affretterebbero a confezionare proposte di legge bellissime, ma poi tutto riprenderebbe come prima. Il popolo viola, il movimento delle donne, e tutti gli altri, sono espressioni genuine di partecipazione, della volontà di non rassegnarsi, e senza di loro la situazione politica e culturale, in Italia, sarebbe sicuramente peggiore. Ma bisogna essere realisti: i movimenti non bastano, perché le riforme si decidono altrove, ed è lì che bisogna intervenire. E se i cittadini non possono fare le leggi, possono cambiare le persone chiamate a farle: i rappresentanti in parlamento, in comune, in regione.
Questo non passa dal disertare le urne, come talora si invita a fare, perché qualcuno voterebbe comunque e basterebbe per lasciare intatta la “casta”. Né servirebbe raccogliere le firme per una proposta di legge popolare, che tanto finirebbe in un cassetto. E allora, cosa rimane?
Una soluzione semplicissima è a portata di mano ed è praticamente a costo zero (che di questi tempi non è poca cosa): l’anagrafe pubblica degli eletti. I radicali la propongono da anni, ma nessun partito dell’uno come dell’altro polo l’ha mai degnata di attenzione. Come del resto i media. Si tratta di questo: per ogni eletto deve essere pubblicato su web il curriculum, il patrimonio immobiliare e non, le eventuali partecipazioni societarie e gli incarichi amministrativi. Accanto a queste informazioni che fotografano l’identikit dell’eletto, vanno rese note anche quelle relative al suo mandato elettorale:  quali proposte ha presentato e su cosa, come ha votato sui vari provvedimenti (ha difeso la scuola pubblica o votato agevolazioni per quella privata?)?
Il punto non è secondario: se questi dati fossero pubblici, i cittadini saprebbero farne buon uso al momento del voto, generando, nel tempo, una nuova classe dirigente.
Si tratta di un processo lento, che va ad incidere su una cultura politica e civica deformata da decenni di opacità, ma consentirebbe ai cittadini di agire, senza più ridursi alla mera protesta. Non è l’unico passo da fare, ma sicuramente il primo possibile.
Come Fondazione Etica abbiamo fatto un’altra proposta, anch’essa in direzione del cambiamento dei comportamenti. Degli eletti come degli elettori, ognuno responsabile per la propria parte. Abbiamo fatto un esperimento: andare a leggere la politica nei bilanci dei Comuni, e abbiamo così verificato che questo non solo è possibile, ma, anzi, auspicabile. I numeri sono utilissimi per valutare la politica, molto più delle parole. Siamo, poi, andati a raccontare quei numeri ai cittadini dei Comuni chiamati a rinnovare la propria Giunta: abbiamo semplicemente fornito loro alcune informazioni su come sono stati spesi i loro soldi dai loro sindaci, rispetto a quanto essi avevano promesso di voler fare, nonché rispetto alle Giunte precedenti e a quelle dei Comuni vicini. Senza dare pagelle, lasciando che fossero gli elettori a valutare e a comportarsi di conseguenza nelle urne.
Tutti hanno apprezzato, amministrati e amministratori, in primis il sindaco Tosi. Ora che l’esperimento è riuscito, si è trasformato in un progetto concreto “La Finestra sui Comuni”, un osservatorio indipendente e permanente su come vengono spesi i soldi dei cittadini nei Comuni, consultabile su web da chiunque.
A risolvere la questione degli sprechi di denaro pubblico non sarà l’antipolitica, che è, anzi, dannosa. Servono, piuttosto, partiti sani con regole sane capaci di selezionare persone integre. A livello nazionale ma anche e soprattutto locale. Si cominci subito, ci sono sul campo due proposte a costo zero: che qualcuno, tra gli interessati, le raccolga.

© 2013 Fondazione Etica.
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