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L’etica e le api

L’incremento delle quote rosa, anche in politica, fenomeno di cui si fa un gran parlare in questi giorni, è un’occasione per alcune riflessioni sull’etica. Parola, quest’ultima, assai spesso svalutata nell’attuale dibattito socio-politico, nel quale viene tirata con forza e insistenza, ma, soprattutto, nel quale viene utilizzata in modo improprio. Sarebbe viceversa utile, oggi, per riuscire a evitarne lo svilimento, provare a concentrarsi su un concetto operativo di etica – la ricerca e il rispetto delle regole -, tralasciandone le accezioni morali, religiose o politiche che hanno segnato la storia del pensiero umano. Non vestiamo le vesti dei filosofi, dei maestri o dei profeti, insomma, bensì cerchiamo di indossare quelli di analisti della socio-economia, intesa nel senso proprio del concetto di scienza che studia le risorse scarse.

In questa ottica, l’etica perde i suoi orpelli metafisici, e diventa il più urgente dei bisogni della società e dell’economia (si va consolidando un’ampia ricerca in merito. Su tutti: “Oltre il pil” di Stiglitz-Sen). Volendo semplificare ulteriormente, l’etica assume connotati egoistici: la sua adozione/implementazione è a tal punto un bisogno che sia l’individuo sia il corpo sociale la inseguono per proprio diretto interesse. La storia può e deve essere analizzata anche da questo punto di osservazione: si prenda la Magna Charta inglese, nella quale sono state introdotte regole fondamentali per le relazioni tra gli uomini (l’habeas corpus). Ebbene, la Charta fu il risultato della pressione egoistica a tutela dei propri interessi (titoli e proprietà terriere) messa in atto dal ceto nobiliare-latifondista sulla corona. In quest’ottica, passano in secondo piano le proiezioni morali o filosofiche.

Veniamo dunque alle quote rosa. Le quali possono rappresentare (o meglio, potrebbe essere auspicabile che lo rappresentassero) un esempio attuale del meccanismo di contratto-sociale-egoistico che ha generato (anche) la Magna Charta. La tesi, infatti, è che l’adozione di una percentuale crescente di donne all’interno del sistema di comando non sia l’esito di una presa di coscienza di principi egualitari o democratici, quanto piuttosto sia l’espressione di un doppio egoismo: quello di un sistema aggrappato alla propria sopravvivenza; quello di un gruppo di potere (le donne) finora esterno al sistema clientelare.

Per chiarirci, utilizziamo una metafora assai accessibile, quella della Favola delle api di Bernard de Mandeville. E immaginiamo che: l’alveare rappresenti la realtà socio-istituzionale attuale italiana, condannata al declino dalla moltiplicazione di interessi clientelari; i fuchi rappresentino le cordate-lobby di potere all’interno del sistema, che per inseguire i propri interessi di parte ne prosciugano le forze vive e libere (il miele); la Regina dell’alveare rappresenti il soggetto portato al vertice dal combinato egoismo delle lobby, al quale soggetto (l’istituzione) sia chiesto unicamente di preservare in vita il sistema di favori e di clientele; le api operaie rappresentino le donne, finora esterne come gruppo alle dinamiche clientelari (al punto che c’è un’identità forte di gruppo legata proprio all’esclusione).

L’alveare, o se si preferisce, l’ape Regina, a un certo punto percepisce che l’efficienza e l’efficacia della catena di lavoro/sopravvivenza dipende dalla sostituzione di una vecchia classe di fuchi. Per la propria personale sopravvivenza nel ruolo di Regina lascia spazio a una nuova classe di api massimamente laboriose e massimamente neutrali rispetto alla golosità del miele prodotto. I fuchi che hanno eletto la loro Regina, sacrificano una parte di loro stessi alla necessità di sopravvivenza di un sistema che garantisca l’alveare e il miele a chi di loro sopravviverà. Le api operaie, promosse a fianco della regina, continuano a fare del loro meglio nella produzione del miele per essere sempre più indispensabili a un sistema che garantisce loro appartenenza.

Ebbene,la Regina premia le api operaie, i fuchi sostengono l’epurazione della Regina, le operaie producono il miele. Eppure, né la regina (l’alveare), né i fuchi soppressi, né, soprattutto, le api operaie, hanno una qualche conoscenza di metafisica o di retorica o di politica, Bensì, ognuno si muove per il proprio diretto e unico e personale interesse (il comando, la sopravvivenza, l’appartenenza).

Mi perdonino le “donne” per una simile semplificazione e identificazione con le api operaie. La metafora è servita, appunto, per dare un’interpretazione del perché l’ascesa delle quote rose ai vertici del potere possa essere interpretata come l’espressione di un principio di etica operativa, necessaria, quasi egoistica per il sistema. Infatti, questo rinnovo del sistema può essere considerato etico perché raggiunge risultati strutturali come: la riduzione del clientelismo (i fuchi); l’introduzione meritocratica di una nuova classe dirigente (le api operaie); l’assoggettarsi dell’istituzione (la Regina) a un nuovo schema (regole) improntato alla maggiore efficienza ed equità. L’alveare ha in questo modo adottato una rivoluzione etica senza (im)porsi teoremi morali o religiosi.

In realtà, è evidente che l’agire delle api – cioè di un gruppo, nel nostro esempio le donne, finora “esterno” al clientelismo nazionale – può essere guidato, oltre che da una percezione prettamente egoistica, anche da valutazioni esistenziali (ricordiamo che l’etica è il principale bisogno della scala dei bisogni di Maslow), nonché da considerazioni politico-morali. In questo caso, all’etica delle scelte egoistiche si aggiungerebbe l’etica delle scelte consapevoli a vantaggio diretto del sistema (e non mediato dall’interesse personale), se non addirittura l’etica della responsabilità (verso idee e principi). E’ evidente che nel caso di piena maturazione delle api – ossia di un loro agire anche secondo un’etica individuale e/o un’etica di responsabilità – il processo di rinnovamento e crescita dell’alveare raggiungerà la massima velocità. Per adesso, tuttavia, è già una grande occasione accontentarsi anche solo del primo gradino egoistico, dove “i vizi privati delle api, diventano pubbliche virtù”.

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