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Perché ripensare il quorum. Cosa imparare dalla storia referendaria italiana

Il 12 e 13 giugno prossimi gli elettori italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi su quattro referendum abrogativi. I quesiti riguardano la produzione di energia nucleare, la gestione e le tariffe del servizio idrico integrato, il legittimo impedimento.

Come si vede i quesiti pongono questioni tecniche, o comunque riguardanti issues specifiche, ma hanno finito per assumere una forte valenza politica, come spesso è  accaduto in Italia, e a maggior ragione in un momento di aspro scontro politico come quello odierno. I casi più noti sono quelli del referendum sul divorzio (1974) e sull’aborto (1978), che mostrarono uno scollamento profondo tra la Dc e le gerarchie ecclesiastiche, nonché l’inaspettata secolarizzazione di molti elettori italiani. Carattere politico assunse anche l’ondata referendaria dei primi anni ’90, con le consultazioni sulla preferenza unica (1991) e sulla legge elettorale del Senato (1993), che, svolgendosi contestualmente all’esplosione di Tangentopoli, segnarono la fine della Prima Repubblica e del sistema elettorale proporzionale sul quale si reggeva il sistema partitico.

Da questo punto di vista, non fanno eccezione i quattro quesiti proposti domenica e lunedì prossimi. Si tratta di quattro leggi votate dall’attuale governo ed è perciò naturale che la consultazione si trasformi in una sorta di referendum sull’esecutivo. Senza contare il fatto che il  voto cade in una contingenza politica assai particolare, ad appena due settimane dai ballottaggi delle elezioni amministrative, che hanno visto trionfare quasi ovunque i candidati di centrosinistra (21 a 9 il risultato complessivo nei trenta Comuni capoluogo di provincia). Cercando di sfruttare l’onda favorevole di quel voto, l’opposizione è tutta schierata in favore del SI, nel tentativo di assestare la spallata finale al governo e alla leadership in declino di Silvio Berlusconi.

Pdl e Lega hanno deciso, intelligentemente, di lasciare ai propri elettori “libertà di voto”, che è ormai un’abusata formula del politichese italiano: il voto “libero” è sancito dall’articolo 48 della Costituzione, non è una concessione discrezionale dei partiti. In realtà, si scrive “libertà di voto” e si legge “astensione”: il governo, in pratica, si tira fuori dalla contesa, minimizza l’importanza dei quesiti e rinuncia ad una campagna aggressiva in favore dell’astensione, che basterebbe a salvare le norme in vigore, ma che potrebbe avere effetti controproducenti (si ricordi l’ormai celebre “andate al mare” di Craxi nel 1991). ‘E evidente che, in caso di mancato raggiungimento del quorum, la maggioranza di centrodestra avrà ottenuto il proprio scopo, mentre in caso di raggiungimento del quorum e di vittoria dei SI, avrà ridotto i costi della sconfitta.

Il punto è che le regole del gioco fissate dall’articolo 75 della Costituzione rendono l’astensione una tattica estremamente remunerativa. Nel nostro Paese i referendum non raggiungono più il quorum dal 1995: da allora abbiamo assistito a sei fallimenti consecutivi (nel ’97, ’99, 2000, 2003, 2005, 2009).

Perché il referendum sia valido deve recarsi alle urne il 50 per cento degli elettori più 1. Si tratta di 25.333.487 italiani. Una cifra enorme, tanto più che nel conteggio degli aventi diritto sono inseriti anche 3 milioni e duecentomila residenti all’estero, che alza inevitabilmente la soglia “effettiva” da raggiungere.

I numeri rendono bene l’idea: se 25 milioni e passa è l’obiettivo minimo, si pensi che nel 2008 la coalizione di centrosinistra guidata da Veltroni ha raccolto 13 milioni e 686 mila voti. Considerando anche gli altri partiti non facenti parte dell’odierna coalizione di governo (Udc, Sinistra arcobaleno, Partito socialista), si arriva comunque poco sopra i 17 milioni di voti.

I numeri dovrebbero spingere il legislatore a ripensare l’istituto referendario. Se si vuole ridare vitalità ed efficacia a quello che resta il principale strumento di democrazia diretta in vigore in Italia, dovremmo interrogarci sull’opportunità di eliminare, o quantomeno ridurre, la percentuale di votanti necessaria a far scattare il quorum, ricalibrandola ai nuovi valori di partecipazione alle elezioni. Se dal 1948 agli anni ‘80, con tassi di partecipazione superiori al 90% in occasione delle elezioni politiche, la soglia del 50% più 1 degli aventi diritto era ragionevole, oggi appare assolutamente sproporzionata. Gli oppositori della consultazione sono decisamente troppo avvantaggiati, perché pronunciandosi per l’astensione sommano ai propri “non voti” anche quelli di coloro che sistematicamente non si recano alle urne (una quota in costante crescita, giunta ormai oltre il 20% del corpo elettorale, ed anche di più in alcuni tipi di consultazione).

La proposta di alcuni costituzionalisti (Barbera e Morrone 2003) è di aggiornare il rapporto tra quorum ed elezioni politiche, in modo che la misura del primo sia pari alla metà più uno dei cittadini politicamente attivi, vale a dire di coloro cha hanno partecipato alla più recente consultazione elettorale generale (se, ad esempio alle politiche ha partecipato l’80% degli elettori, il quorum sarebbe pari al 40% +1). In tal modo, la prudenza del costituente, che, stabilendo una soglia minima di partecipazione per la validità della consultazione voleva evitare che gruppi attivi ma minoritari potessero sostituirsi al Parlamento e incidere sulla legislazione, sarebbe contemperato dal principio liberaldemocratico della cittadinanza politica attiva, secondo il quale i cittadini “attivi” sono quelli che normalmente esercitano i diritti politici.

L’istituto referendario potrebbe, così, tornare ad assumere quel vigore democratico che il costituente in origine intendeva attribuirgli: un istituto di democrazia diretta, un’arma (non più “spuntata”) nelle mani dei cittadini per far sentire la propria voce, da opporre al quasi-monopolio esistente sulla legislazione.

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