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Ancora polemiche sulle elezioni regionali



1.Nel migliore dei mondi possibili – e cioè in un mondo in cui le regole costituzionali fossero chiare e cogenti e i comportamenti politici conseguenti – quello del d. l. interpretativo della disciplina  sul deposito delle liste per le elezioni regionali non dovrebbe essere un problema. L’art. 15 della l. 400/1988 dice a chiare lettere che il governo non può (o non potrebbe) adottare decreti legge in materia elettorale; e lo dice richiamando i casi di riserva di assemblea di cui all’art. 72/4 cost.  Il che, tutto sommato, è comprensibile: così come non si può consentire al governo di darsi una delega legislativa con decreto legge o di ratificare un trattato internazionale che esso stesso ha firmato, l’idea che il governo possa disciplinare con decreto la materia elettorale – possa, cioè, riscriversi da solo le regole elettorali, magari in prossimità delle elezioni – è difficile da accettare. Sicchè potrebbe  ritenersi che l’art. 15 l. 400 – nel momento in cui esclude i decreti ‘elettorali’ – non faccia altro che specificare un divieto già compreso in costituzione

Il problema è che questo non è il migliore dei mondi possibili. E di decreti legge in materia elettorale (e referendaria), solo negli ultimi anni, se ne sono fatti parecchi e con buona pace di tutti: dai decreti con cui date di elezioni già fissate venivano spostate fino al decreto gambino sulla par condicio (1996). Anzi – come ha detto C.Fusaro su Astrid – è più facile trovare elezioni in cui c’è stato un decreto legge piuttosto che trovare elezioni in cui non si sia intervenuti su qualche aspetto con decreto legge. Né la Corte costituzionale si è espressa chiaramente sul punto quando, con la dec. 161/1995, è stata chiamata a giudicare di un d. l. (83/1995) in materia di campagne elettorali e referendarie. Si può dire – come ha detto la Corte nel 1995 – che le discipline attinenti al pubblicità e la propaganda elettorale a rigore non rientrano nella materia elettorale (dando così copertura anche al decreto dell’anno dopo sulla par condicio): sta di fatto che di decreti legge in materia elettorale se ne sono fatti in quantità da tutti i governi e nessuno finora è stato annullato dalla Corte.
Quindi, se il richiamo alla l. 400/1988 e all’art. 72/4 cost., in astratto, dovrebbe essere tale da chiudere in premessa ogni discorso – ritenendo incostituzionale il d.l. 29/2010 – è da dire che le prassi degli ultimi anni sono andate in una direzione nettamente opposta. Il che ha relativizzato – e di molto – la portata normativa della l. 400.


2. Quanto alla natura interpretativa del decreto, poi, le cose non sono più semplici. Se si dà per scontato che i decreti interpretativi sono – per forza di cose – decreti che impongono una determinata interpretazione di norme già vigenti, se ne dovrebbe concludere che il decreto sarebbe interpretativo solo se e quando richiamasse una delle interpretazioni possibili desumibili dal testo interpretato, rendendola la sola interpretazione possibile. E non quando immettesse nuovo diritto nell’ordinamento. E, ad essere onesti, non tutto nel d. l. 29/2010 può essere ascritto a questa categoria. In altre parole, se un decreto interpretativo ha senso in quanto, a fronte di un conflitto giurisprudenziale, risolve questo stesso conflitto dettando la norma da applicare, in tutti gli altri casi un decreto interpretativo rischia solo di essere una legge retroattiva tout court.
Così, ad esempio, se può essere interpretativo il co. 1 dell’art. 1, che riguarda solo il rispetto del termine orario di presentazione delle liste (anche se poi si pone il problema della applicabilità della norma al caso che ha originato il decreto); se può dirsi interpretativo il  il co. 3 dell’art. 1 nella parte in cui ammette il ricorso immediato al giudice amministrativo contro le decisioni dell’ufficio elettorale, (su cui vi era oggettivo conflitto di interpretazioni giurisprudenziali, con il risultato che i ricorsi si dovevano presentare ad operazioni elettorali concluse, eventualmente invalidando le elezioni) è difficile ritenere che tutto in quel decreto sia genuinamente interpretativo; ed è difficile immaginare che, se mai condotto innanzi alla Corte, questo decreto possa uscirne indenne.
Ovviamente bisogna chiedersi se la natura interpretativa (o meno) del decreto sia essenziale ai fini della sua presunta illegittimità. Ma qui la risposta non può non dipendere, ancora una volta, dal significato che si dà alla l. 400/1988 e all’art. 72/4 cost. Se il decreto fosse puramente interpretativo il divieto di decretazione in materia elettorale non opererebbe, non avendosi qui a che fare con l’immissione nell’ordinamento di nuove norme giuridiche. Se il decreto innovasse l’ordinamento è chiaro che la questione della effettività del divieto riprenderebbe tutto il suo peso.


3. Ma c’è un altro interrogativo che sorge, a fronte delle diverse decisioni adottate in questi giorni dai TAR della Lombardia e del Lazio ed è quello relativo alla reale necessità di un decreto per chiudere il contenzioso sviluppatosi sulla esclusione delle liste.
La decisione del TAR Lombardia ha disposto la riammissione delle liste partendo dal presupposto della impossibilità per l’Ufficio Centrale della Corte d’Appello di escludere a posteriori liste già ammesse: presupposto di questa affermazione è che il potere amministrativo dell’Ufficio non sarebbe suscettibile di essere esercitato a più riprese, innanzi tutto per una esigenza di certezza delle situazioni giuridiche. E quindi il TAR Lombardia – piaccia o meno – ha chiuso la questione prescindendo completamente da quanto statuito nel decreto del Governo.
Quanto alla decisione del TAR Lazio, la situazione è ancora più radicale. A cose fatte si è scoperto che il decreto governativo non poteva applicarsi alla competizione elettorale nel Lazio, semplicemente per il fatto che la Regione Lazio nel 2005 ha provveduto a disciplinare la materia elettorale con propria legge, rinviando alla disciplina statale (l. 108/1968) per quanto non disciplinato nel 2005. Si può fare questione sulla natura del rinvio effettuato dalla l. reg. Lazio: se si tratti, cioè, di un rinvio fisso (e cioè alla disciplina statale in vigore al momento dell’entrata in vigore della legge regionale) o di un rinvio mobile (e cioè alla fonte statale e successive modificazioni). Ed in effetti tutta le decisione si gioca su questo aspetto. Ma ciò non toglie che, secondo il TAR, intervenuta la legge regionale, il legislatore statale non potrebbe più intervenire in una materia di cui si sarebbe appropriata la regione.
Sicchè è facile vedere che il decreto legge non è servito né nel caso della Lombardia, né nel caso del Lazio e la diversità di soluzioni (ammissione da una parte; esclusione dall’altra) è dipesa solo dalla natura delle fattispecie venute a giudizio.


4. Detto questo viene da chiedersi una cosa: e cioè viene da chiedersi se, a fronte della situazione abnorme venutasi a creare, anziché uscirsene con un decreto interpretativo teso a sanare una situazione controversa, meglio non sarebbe stato, per il Governo, disporre semplicemente un rinvio della data delle elezioni per consentire la regolarizzazione delle situazioni contestate.
Gestire un problema schiettamente politico in termini esclusivamente giuridici, dettando regole volte a sanare una situazione di disordine mai vista prima, denota, innanzi tutto, una situazione di debolezza della politica e l’incapacità, generale, di ragionare in termini che non siano di pura convenienza elettorale. E, infatti, da una parte il decreto del governo non ha influito minimamente sulla vicenda relativa alla esclusione delle liste; da un’altra parte viene da chiedersi che legittimazione possa alla fine avere un governo regionale – come rischia di essere quello del Lazio – eletto in una competizione elettorale mutilata. Non si tratta qui soltanto di predicare concezioni sostanziali della democrazia; si tratta, molto più banalmente, di immaginare quale possa essere la parabola di un governo regionale che – presumibilmente – dovrà la sua elezione all’esclusione del partito di maggioranza relativa.

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