Open/Close Menu

Euro: anno nuovo, vecchie polemiche

Anche quest’anno siamo stati prontamente informati dai telegiornali di Capodanno sui primi nati del 2011, festeggiati a Ostia e a Roma. Quasi in contemporanea, invece, l’economia europea festeggiava -piuttosto in sordina, per la verità- l’ultima morte del 2010, quella della Corona Estone. La ex-provincia sovietica, infatti, da quest’anno ha adottato l’Euro come propria valuta nazionale. Da un punto di vista politico-economico si tratta di una vera e propria rivoluzione: il piccolo stato baltico è passato, relativamente in pochi anni, da un’economia comunista tipica di una repubblica sovietica ad un’economia di mercato propria dei Paesi occidentali, anche per quanto riguarda la valuta impiegata.

Come ogni rivoluzione, però, anche questa ha avuto un costo non indifferente. In questo caso le vittime sono state misurate in punti percentuali di PIL perduti (-18% a seguito dei tagli del 2007) anziché in cadaveri sul campo di battaglia. Il “costo” sostenuto dall’Estonia per l’ingresso in Eurolandia ha richiesto sacrifici ed austerità nei conti pubblici, nonché un considerevole “giro di vite” negli stipendi pubblici. Anche la disoccupazione ha registrato un incremento sfiorando la soglia del 18% e, secondo le previsioni del governo del Paese baltico, dovrebbe restare sopra al 10% almeno fino al 2014.

I sacrifici dell’Estonia -da alcuni illustri economisti ritenuti eccessivi- hanno dato nuova energia ai detrattori della Moneta Unica Europea e le critiche all’Euro sono ritornate prepotentemente, concretizzandosi anche nel secco “Euro no grazie” della Polonia che, pur avendo i conti in ordine e tutte le possibilità di entrare in Eurolandia, ha preferito mantenere la propria indipendenza valutaria. Tra l’altro tale indipendenza è stata ben utilizzata dalla Polonia che, svalutando lo Zloty di circa il 50% nel 2008, si è garantita una robusta crescita del PIL nel 2009 (unico caso in un’Europa che invece era colpita dalla recessione) e nel 2010 (+3,9%).

La famosa “Teoria delle aree monetarie ottimali” suggerisce che l’utilizzo di una valuta comune è desiderabile in quanto riduce molti dei costi connessi allo svolgimento di numerose attività economiche e finanziarie, ma comporta per i Paesi aderenti la perdita della possibilità di utilizzare le politiche monetarie per risolvere crisi e shock. È piuttosto raro, però, che le stesse manovre vadano contemporaneamente bene per il Portogallo e la Germania, per la Finlandia e la Grecia.

Forti anche del costo del salvataggio di Grecia e Irlanda, gli “euroscettici” hanno trovato nuove energie e nuovi spunti per proporre la dissoluzione della moneta unica. Ad esempio alcuni hanno suggerito che, fuori dall’Euro, la Grecia potrebbe svalutare in modo da ridurre il peso del proprio debito, e l’Italia potrebbe fare lo stesso anche in modo da dare maggior competitività alle esportazioni, competitività attualmente minata dall’elevato costo fiscale del lavoro. Il Lussemburgo, invece, potrebbe preferire una rivalutazione, utile per aiutare la propria industria finanziaria e consolidare ulteriormente il suo ruolo di “cassaforte” dei risparmi, mentre la Germania, con le esportazioni che hanno ricominciato a crescere bene, sarebbe soddisfatta dello status quo o anche di una modesta rivalutazione che renderebbe più convenienti le importazioni di petrolio e materie prime in genere. Insomma senza Euro ogni Stato avrebbe uno strumento in più per aiutare la propria crescita o ridurre i propri mali.

Sembra sempre più evidente che Eurolandia non sia l’area valutaria ottimale che si ipotizzava all’inizio, ed effettivamente è così. Sicuramente l’inclusione nell’Unione Monetaria di Paesi molto diversi da quelli del “nocciolo duro” originario non aiuta.

Ma sarebbe una soluzione tornare alle valute nazionali?

Se fosse valido il principio che sono le differenze economiche a determinare l’utilizzo di una valuta comune, in teoria anche le semplici valute pre-Euro potrebbero non essere sufficientemente adeguate. In Italia, per assurdo, la vecchia Lira sarebbe troppo poco. Le regioni del Nord, fortemente esportatrici, in avanzo di partite correnti, virtuose e senza deficit accetterebbero la stessa moneta di un Sud in cronico deficit e pesantemente dipendente dalle importazioni (dal Nord, dall’Europa e dall’estero)? E se anche venissero create la Lira-Nord e la Lira-Sud, pensiamo ad esempio alle differenze tra il Nordest che esporta tanto e che non sarebbe danneggiato da una Lira-Nord “forte”, il Piemonte che preferirebbe svalutare per migliorare la competitività delle automobili e dei vini che produce e la Lombardia che invece è molto sviluppata per quanto riguarda i servizi finanziari. E allora una Lira-Lombarda come potrebbe essere adeguata sia per Milano in cui prevale il terziario avanzato, sia per l’industriale Brescia, sia per la più agricola Mantova?!

Anche la storica “area valutaria ottimale” rappresentata dagli Stati Uniti, caso di successo studiato e preso a modello anche all’epoca della costituzione dell’Unione Monetaria Europea, subisce ciclicamente pressioni a favore della disgregazione valutaria. Persino uno studio della Federal Reserve di Chicago (una delle banche che formano la banca centrale che governa il Dollaro) sosteneva che il Sudest, il Sudovest e le Pianure hanno un tessuto economico molto diverso da quello del resto degli USA, lasciando quindi intendere che avrebbe potuto giovare loro una moneta autonoma.

Ma, a ben vedere, le critiche a vantaggio della parcellizzazione valutaria negli ultimi mesi sono state ancora più audaci. Nell’ultimo mese, accanto alle violente accuse per il tasso di cambio cinese, che secondo molti economisti è tenuto artificiosamente basso a vantaggio delle esportazioni, è stata più volte messa sotto accusa la grande disparità tra le ricche regioni costiere cinesi e le campagne, caratterizzate da un’incredibile povertà. La naturale conseguenza di questa situazione insostenibile sarebbe quella di utilizzare due differenti monete: una da svalutare al massimo allo scopo di aiutare le regioni interne e l’altra, per la costa, che potrebbe liberamente apprezzarsi in conseguenza delle travolgenti esportazioni. Tra l’altro, con una valuta più “pesante”, le regioni costiere cinesi potrebbero anche risparmiare sull’acquisto delle materie prime di cui le loro fabbriche sono affamate.

Ulteriore carburante per le critiche deriva dai recenti bailouts avvenuti in Eurolandia. La grande “famiglia” dell’Euro ha dovuto correre al salvataggio della Grecia, strozzata da un debito pubblico eccessivo che non riusciva più a rifinanziare, mentre di recente è stato il turno dell’Irlanda, le cui banche si trovavano ad un passo dal fallimento. Tutto questo ha comportato sacrifici per tutti e probabilmente ci renderemo conto dei veri costi di questi salvataggi solo a medio e lungo termine: il bilancio della Banca Centrale Europea è ora appesantito da titoli di debito Irlandesi e Greci di dubbia qualità e di difficile rivendibilità sul mercato in futuro; l’Euro è stato attaccato dagli speculatori a più riprese; possiamo attenderci negli anni futuri un rialzo dell’inflazione (che sarà da curare mediante strette monetarie e rialzi dei tassi di interessi che saranno duri da sopportare). Al tempo stesso, però, il salvataggio di questi due Paesi ha evitato che le banche degli altri Stati che avevano investito in Irlanda e Grecia (in particolare quelle di Germania, Francia e Italia) finissero in bancarotta.

Insomma, non solo le spinte teoriche alla dissoluzione dell’Euro non mancano, ma si sono anche moltiplicate nelle ultime settimane pressioni concrete.

Ci sembra però difficile che, al momento, si possa tornare alle valute nazionali in Europa. Con tutti i suoi difetti l’Euro ha portato anche sensibili benefici ai Paesi che l’hanno adottato. Si pensi soltanto ai costi di cambio che sono stati eliminati in Eurolandia. Considerando che mediamente un terzo del PIL europeo è costituito da scambi tra gli Stati europei, se si tornasse alle valute nazionali l’onere connesso con i cambi valutari sarebbe decisamente oneroso.

Tra i benefici è da annoverare il rigore richiesto ad alcuni Stati con politiche fiscali o di bilancio meno ortodosse a conformarsi alla condotta di Paesi più virtuosi (pensiamo ad esempio ad Italia e Belgio che sono stati costretti ad abbandonare la folle politica di debito pubblico dei vent’anni precedenti). Tali sforzi, peraltro, sono stati ricompensati da un livellamento verso il basso dei tassi di interesse, anche per i Paesi ex “spendaccioni” e quelli storicamente ad alta inflazione.

Insomma, la creazione dell’Euro ha comportato indubbiamente sacrifici e difficoltà per tutti, e verosimilmente ne porterà ancora, ma l’unione offre anche concreti vantaggi. Ricordiamoci anche che le politiche monetarie agiscono come un defibrillatore: danno una scossa perché il cuore malato dell’economia riprenda a battere, ma non sono una soluzione definitiva. Negli anni ’30, ad esempio, alle prime svalutazioni competitive, che effettivamente avevano portato un beneficio, seguirono a ruota quelle di tutti gli altri Paesi, annullando il vantaggio di queste manovre.

E soprattutto tornare indietro, dopo dieci anni di Euro, sarebbe indubbiamente un grave shock.

© 2013 Fondazione Etica.
Top