Open/Close Menu

Osservazioni in margine al ddl Gelmini

Il DDL Gelmini suscita perplessità per ragioni sia di metodo sia di merito.

– Sotto il profilo del metodo, non appare condivisibile che l’iter propositivo di una riforma destinata ad incidere con straordinaria profondità su tutti gli aspetti della vita accademica non abbia concesso adeguati spazi al dialogo e al confronto con i docenti universitari e con le rappresentanze studentesche.
– Sempre nel metodo desta riserve una tecnica normativa tempestata di deleghe, che lascia incerti molti dei risultati effettivi che la riforma, all’esito dell’intera procedura, andrà a determinare. L’elevatissimo numero di deleghe genera tanta più preoccupazione, ove si consideri che l’unica delega prevista nella precedente riforma c.d. Moratti non ha mai visto attuazione.

– Infine, è certamente discutibile una riforma che, nel quadro complessivo di una situazione economica delle Università decisamente critica, non eroga, per assicurare la realizzazione degli obiettivi prefissati, nuovi finanziamenti, ma tutt’al più prevede stanziamenti corrispondenti a riduzioni di spesa. Non manca, peraltro, in qualche passaggio  – v. art. 5, comma 8 – un implicito riconoscimento dell’impossibilità di prescindere da nuovi o maggiori oneri finanziari, sennonché l’impegno viene rimandato all’emanazione dei decreti legislativi, a loro volta subordinati all’approvazione di provvedimenti che stanzino le risorse finanziarie. Tale meccanismo palesa con la massima evidenza che, ad oggi, la riforma nasce senza alcuna garanzia di poter giungere a compimento e di poter essere effettivamente attuata.

Alle ragioni di metodo si aggiungono diverse ragioni di non condivisione nel merito.

– Innanzitutto, viene fortemente sacrificata l’autonomia universitaria. Una più ampia autonomia è affidata al lumicino di accordi di programma (art. 1, comma 2) i cui presupposti rendono dubbia la possibilità di accedervi sin dall’inizio e improbabile che si abbia interesse a stipularli una volta che la struttura dell’ateneo sia stata modificata. In ogni caso, non può non rilevarsi la discrasia tra la forte compressione dell’autonomia per le Università pubbliche e la persistente autonomia delle Università private, che pure accedono a taluni finanziamenti pubblici. Di tali finanziamenti possono giovarsi finanche le Università telematiche, sia pure con il filtro introdotto – nella versione emendata – dall’art. 12, comma 3.

– Passando a considerare la nuova governance disegnata a livello centrale, emerge innanzitutto un sacrificio del principio di democraticità a favore di un potere verticistico e centralizzato.

A titolo esemplificativo la struttura deputata a “coordinare e razionalizzare le attività didattiche” avrà un organo deliberante composto solo dai direttori di dipartimento, dai rappresentanti degli studenti e da un’esigua rappresentanza dei docenti (art. 2, comma 2, lett. f), il che farà mancare la possibilità di un confronto democratico e allargato fra docenti, che si fermerà al livello dei dipartimenti, con ulteriore sacrificio del valore dell’interdisciplinarietà. Per converso, risulteranno ampliati i poteri centrali a partire da quelli del rettore.

– Sempre nella costruzione della governance stupiscono le competenze del consiglio di amministrazione, al quale appartengono componenti esterni sia al corpo docente sia alle rappresentanze studentesche. Fra tali competenze si segnalano: quella a deliberare, previo parere del senato, “sull’attivazione o soppressione di corsi o sedi”, quella ad “approvare la proposta di chiamata da parte del dipartimento”, quella ad emanare “i provvedimenti disciplinari” nei confronti di professori e ricercatori (art. 2, comma 1, lett. h).

Nel complesso le norme che delineano la figura del direttore generale e quelle sul consiglio di amministrazione sembrano voler richiamare il modello dell’impresa e una logica “aziendalistica”, che sottende un’implicita invocazione al mercato quale possibile strumento di sostegno all’Università. Sennonché, su tali premesse sarebbe stato naturale attendersi la previsione di una disciplina volta ad incoraggiare l’afflusso dal mercato all’Università di risorse finanziarie, che sempre più difficilmente possono essere assicurate dai bilanci pubblici. Per converso, difetta totalmente nel progetto qualsivoglia disposizione tesa ad agevolare o a creare in qualche modo incentivi ai privati per il finanziamento alla ricerca.

Si delinea dunque un’inutile contaminazione del modello.

– Il DDL, a fronte del problema del reclutamento che ha visto diffondersi – specie con i concorsi locali – prassi tutt’altro che condivisibili, opta per una soluzione che andrà presumibilmente a peggiorare la situazione attuale.

Un sistema di abilitazione nazionale (art. 16) senza limiti numerici predeterminati rende oltremodo complesso il compito di selezionare livelli elevati di qualità. Né si può tacere che la commissione nazionale che deciderà l’abilitazione di ciascun settore concorsuale, destinato ad abbracciare una pluralità di settori scientifico-disciplinari, sarà costituita da soli quattro professori ordinari più un esperto scelto fra studiosi in servizio presso un paese OCSE. Si aggiunga che fra i criteri indicati nel decreto sulla cui base dovrà essere effettuata l’abilitazione potrà essere previsto quello di “un numero massimo di pubblicazioni che ciascun candidato può presentare ai fini del conseguimento dell’abilitazione […] in ogni caso non inferiore a dodici”.

Se, dunque, suscita perplessità la capacità selettiva dell’abilitazione nazionale, parimenti non dà particolari garanzie il procedimento di chiamata a livello locale (art. 18), che sarà disciplinato da regolamenti di ateneo da adottare nel rispetto di criteri, fra i quali nuovamente campeggia la possibile previsione di un numero massimo di pubblicazioni da valutare.

– La riforma accentua uno dei principali difetti attuali dell’università che è quello di vivere sul precariato. In particolare, trasforma il ruolo di ricercatore a tempo indeterminato in un ruolo a tempo determinato (art. 24).

La ricerca, in generale, sia quella svolta dai ricercatori sia quella svolta dai professori, rischia di essere una delle principali vittime della riforma.

– Altra vittima eccellente della riforma è il diritto allo studio quasi integralmente convertito in un mero diritto al prestito, che indebiterà gli universitari nei confronti dello Stato prima ancora del loro (incerto) ingresso nel mercato del lavoro. In particolare, il fondo per il merito (di cui all’art. 4), considerate le sue caratteristiche, non appare strutturalmente idoneo a soddisfare le esigenze di un’effettiva tutela del diritto degli studenti capaci e meritevoli, ma privi di mezzi, a raggiungere il grado più alto degli studi: diritto di indubbio fondamento costituzionale e richiamato negli stessi principi ispiratori della riforma. La riforma, oltretutto, si colloca nel quadro di pesantissimi tagli che si stanno verificando anche per effetto di altri interventi normativi che negano il fondamento stesso del diritto allo studio nel nostro Paese. Per il triennio 2010-2013 il diritto allo studio subirà un taglio senza precedenti pari all’89,54%, che lascerà 8 studenti su 10 senza borsa di studio e comprometterà irrimediabilmente il servizio di mensa e le altre provvidenze previste a favore sia degli studenti sia delle loro famiglie.

– La riforma declama ma non contribuisce a realizzare l’obiettivo di razionalizzare l’offerta formativa – rispetto a corsi, a facoltà o a sedi decentrate inutili – in quanto non aggiunge nulla (v. art. 3, comma 6) a quanto già previsto dall’art. 1 ter del d.l. 7/2005 convertito nella legge n. 43 del 2005.

In definitiva, le ragioni di critica sono tali che finiscono per offuscare anche i pregi della riforma come il tentativo di delineare un sistema premiale affidato al merito e l’attenzione rivolta alla valutazione della qualità e dell’efficienza.

Peraltro, tali previsioni rischiano comunque di restare delle mere enunciazioni, ove solo si consideri che la stessa norma cardinale sulla qualità e sull’efficienza del sistema – l’art. 5 – contiene puramente una delega.

Documento elaborato dalla Commissione presieduta dalla Prof.ssa Emanuela Navarretta e approvato dal Consiglio di Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa.

© 2013 Fondazione Etica.
Top