Open/Close Menu

Manifesta infondatezza dell’azione di classe e regole costituzionali

La questione di legittimità costituzionale. Con ordinanza del 27 ottobre la Corte d’Appello di Torino ha confermato, in seguito a reclamo, il provvedimento reso dal Trib. Torino lo scorso 27 maggio, con il quale la prima azione di classe proposta in Italia, in applicazione dell’art. 140 bis cod. cons., era stata dichiarata inammissibile, ed al quale si erano già dedicate alcune considerazioni su questo sito.

I rilievi allora mossi alla pronuncia vengono puntualmente presi in considerazione: in particolare si riconosce che il diniego di ammissione dell’azione non poteva fondarsi nel caso di specie sulla carenza di interesse ad agire, e che solo una valutazione di manifesta infondatezza della domanda poteva giustificare il rigetto della domanda con ordinanza ai sensi del c. 6 dell’art. 140 bis cod. cons., come modificato dalla l. n. 99 del 2009. Tuttavia la Corte non condivide l’ulteriore conclusione allora formulata, secondo la quale subordinare a tale valutazione l’ammissione dell’azione di classe non è conforme alla disciplina costituzionale del processo civile.

Il tema però non viene affatto trascurato: il precedente in termini rappresentato da Corte cost. n. 50 del 2006, nel quale si è dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’analogo subprocedimento di delibazione della non manifesta infondatezza della domanda contemplato dall’art. 274 c.c. per i giudizi di dichiarazione della paternità o maternità naturale, viene esplicitamente sottoposto a un distinguishing. Gli argomenti in base ai quali viene distinto il precedente sono due: anzitutto si afferma che nelle azioni di classe tale modalità di condizionamento dell’accesso alla decisione idonea al giudicato trova una ratio specifica, non riscontrabile invece nei giudizi di paternità naturale, poiché nei procedimenti exart. 140 bis cod. cons. vengono coinvolti consumatori aderenti senza ministero di difensore, ai quali occorrerebbe assicurare protezione dal rischio di proporre domande infondate; inoltre, si dice che nelle azioni di classe non si riscontrano gli effetti del recente progresso tecnico grazie al quale i tempi per il conseguimento di una pronuncia idonea al pieno giudicato, ai fini della dichiarazione della paternità naturale, si sono sensibilmente abbreviati.

Il costo della delibazione di non manifesta infondatezza. A proposito delle implicazioni del progresso tecnico deve tuttavia rimarcarsi che non è dato riscontrare nel diritto positivo il collegamento ipotizzato: la legge vigente non prevede che nei procedimenti necessariamente o anche solo tendenzialmente più complessi e lenti debba in via generale delibarsi la non manifesta infondatezza della domanda; la prevista durata del procedimento, dunque, non è un fattore sufficiente a giustificare il necessario rigetto della domanda in limine litis senza gli effetti del giudicato sostanziale. Naturalmente quando si preveda un procedimento lungo è in via di fatto molto probabile che una valutazione di apparenza di fondatezza della domanda si compia, ma in quanto venga richiesta dall’attore: la lunghezza del procedimento di merito, infatti, accentua ilpericulum in mora e quindi favorisce l’accesso alla tutela cautelare, ossia l’ottenimento di una misura basata su di una valutazione del fumus boni iuris e sprovvista di autorità di giudicato; tale misura, però, non impedisce affatto il successivo conseguimento di una ulteriore pronuncia di merito.

L’assenza di un generale collegamento fra la prevista durata del processo e la previsione di una delibazione di non manifesta infondatezza come condizione della pronuncia di un provvedimento idoneo al giudicato si spiega invero soprattutto sulla base di una considerazione pratica: una delibazione di fondatezza della domanda compiuta in limine litis necessariamente prescinde dall’istruzione probatoria, e quindi si basa fondamentalmente sulla previsione di un rigetto della domanda in iure (ossia anche ammettendo la verità delle dichiarazioni attoree sui fatti), o tutt’al più sulla base delle prove documentali già acquisite tramite il deposito degli atti introduttivi; ma se la domanda è passibile di rigetto su tali basi, il diritto positivo già consente al giudice di farlo in limine litis, semplicemente rimettendo la causa subito in decisione, senza frustrare il diritto, sia della parte attrice, sia di quella convenuta, a un provvedimento idoneo al giudicato. Questo rilievo chiarisce perché non rilevi neppure la circostanza che ai fini della dichiarazione di paternità naturale e non anche ai fini dell’azione di classe possano essere sovente disponibili, grazie all’istruzione probatoria, elementi di convincimento particolarmente affidabili (oltre che, in ipotesi, di più celere acquisizione): il giudice possiede già in via generale il potere di accelerare o meno la rimessione della causa in decisione valutando in che misura l’istruzione probatoria da svolgersi permetta di incrementare l’accuratezza dell’accertamento del fatto, senza nessun bisogno di sacrificare l’aspirazione delle parti all’accertamento con autorità di giudicato della situazione di vantaggio azionata; se ai fini dell’accertamento del fatto sono dedotte prove relativamente meno affidabili dell’esame del DNA, ma comunque ragionevolmente utilizzabili, non può essere conculcato il diritto della parte di avvalersene per conseguire una pronuncia favorevole; se l’affidabilità di tali prove è comunque insufficiente, nulla impone al giudice di ritardare l’emanazione di una pronuncia idonea al giudicato sostanziale. Sans phrase: richiesta una pronuncia sul merito, in presenza di manifesta infondatezza della domanda pronunciare sull’ammissibilità anziché sul merito è assurdo perché consuma le stesse risorse per produrre meno effetti; in assenza di manifesta infondatezza lo è perché consuma più risorse per produrre gli stessi effetti.

Ovviamente la pronuncia di rigetto idonea al giudicato nell’azione di classe può avvenire solo dopo il decorso del termine per le adesioni, e quindi un po’ più tardi rispetto a quella di inammissibilità resa nel subprocedimento preliminare. Il prezzo di questo ritardo, però, non si paga a vuoto, perché si tratta del costo della portata collettiva dell’azione, di cui si sono ripetutamente messi in evidenza gli aspetti remunerativi sia per le parti, sia per l’amministrazione della giustizia nel suo complesso: in tal caso, infatti, la decisione, oltre a produrre pieni effetti preclusivi, li può produrre anche rispetto agli aderenti, incrementando considerevolmente l’efficienza dell’allocazione delle risorse giurisdizionali attraverso l’ottimizzazione del rapporto fra la quantità di controversie generate dall’interazione sociale e risolte applicando la legge sostanziale da un lato, e la quantità di mezzi impiegati per risolverle dall’altro lato (è appena il caso di rammentare che quando le controversie generate dall’interazione sociale non si risolvono applicando la legge sostanziale perché non è accessibile la giurisdizione non si consegue alcuna economia processuale: in tale fattispecie tutt’al più si può parlare di avarizia processuale, del tutto controproducente ai fini dell’efficienza allocativa del sistema economico nel suo complesso); l’efficienza dell’azione di classe come strumento di economia processuale si presenta infatti anche quando l’azione stessa è infondata, purché la sua definizione sia idonea a determinare gli effetti del giudicato.

La protezione degli aderenti. A proposito invece dell’esigenza di proteggere gli aderenti dal rischio di intraprendere iniziative premature, deve notarsi che negli Stati Uniti, dove l’azione di classe si è maggiormente sperimentata, l’idea di ricorrere a tale scopo alla delibazione di non manifesta infondatezza della domanda è stata ripetutamente affacciata da una parte della dottrina, ma esplicitamente respinta dalla giurisprudenza. Dal punto di vista comparativo, l’osservazione appare saliente in particolare se si considera che colà il giudicato opera anche nei confronti dei titolari di diritti individuali omogenei rimasti completamente passivi.

La Corte sabauda sembra ritenere che la scelta italiana di prevedere che la pronuncia sull’azione di classe produca effetti solo nei confronti di quanti attivamente vi aderiscano implichi l’attribuzione al giudice di più ampi poteri di protezione nei confronti di quanti partecipino all’azione di classe senza esserne promotori. Il ragionamento, però, sembra casomai doversi rovesciare: dato che in Italia i partecipanti all’azione di classe hanno compiuto una scelta esplicita in tal senso, non si vede perché essi non siano responsabili delle conseguenze della sua eventuale intempestività. L’impianto complessivo dell’art. 140 bis, d’altronde, specialmente dopo le modifiche introdotte dalla l. n. 99 del 2009, contiene invero più di una indicazione nel senso appena enunciato: alla valida adesione il c. 3 attribuisce ora l’effetto di implicare rinuncia a ogni altra azione restitutoria o risarcitoria fondata sul medesimo titolo; non sono più previsti i poteri istruttori officiosi del giudice dell’ammissione dell’azione contemplati dalla versione originaria della norma.

Inoltre deve sottolinearsi che attribuire alla circostanza che l’aderente sia sprovvisto di patrocinio la capacità di innescare meccanismi di protezione come quello in discorso, di cui si confida di aver messo in luce i costi, prova troppo. Ne discenderebbero infatti dubbi sulla legittimità costituzionale della totale inesistenza di previsioni analoghe per la generalità dei casi di contumacia o di costituzione personale della parte non abilitata al patrocinio, per non dire della recente tendenza a stabilire che in una sfera sempre più ampia di ipotesi l’accesso alla giurisdizione sia condizionato dallo svolgimento di tentativi di conciliazione per i quali nessun patrocinio è richiesto.

Descrivendo metaforicamente l’azione di classe come un autobus, contrapposto al taxi dell’azione individuale, si è detto altre volte che richiedere a un vigile di verificare la praticabilità del percorso prima della partenza è una regola di prudenza decisamente estrema. Se si tiene conto della priorità attribuita alla funzione di economia processuale dell’istituto, specialmente dopo la riforma del 2009, è congruo concludere dunque che il costo della delibazione di non manifesta infondatezza della domanda appare troppo gravoso per potersi giustificare solo in vista di esigenze di protezione degli aderenti rispetto alle quali la disciplina positiva può presentare casomai carenze sotto ben altri e ben più rilevanti profili, a loro volta rimediabili a costi sensibilmente inferiori, e non sembra perciò riconducibile, data l’inadeguatezza del mezzo al preteso fine, a una ratio che permetta alla disposizione in parola di sfuggire al giudizio di illegittimità costituzionale.

I confini della questione. Queste considerazioni non escludono che le delibazioni di non manifesta infondatezza siano e continuino ad essere utilissime quando si riferiscano a giudizi da compiersi in un procedimento dinanzi ad altro giudice, la cui definizione sia rilevante per la definizione della causa. È appena il caso di notare, però, che tali delibazioni in nessun modo impediscono di conseguire l’accertamento idoneo al giudicato: al massimo, infatti, lo ritardano comportando la mera sospensione del procedimento.

Non s’intende, poi, discutere qui se sia tout court opportuno prevedere un subprocedimento di ammissione dell’azione di classe per la verifica dell’adeguatezza del suo promotore o dell’assenza di conflitti di interesse: benché molti ordinamenti lo prevedano, non mancano invero esempi stranieri in cui non si contempla affatto tale passaggio procedimentale, senza che la lacuna pregiudichi la funzionalità dell’istituto, ma l’analisi delle soluzioni adottate del legislatore italiano richiede approfondimenti che questo spazio non permette. Del pari non si vuole qui affrontare il tema della legittimità costituzionale della delibazione di non manifesta infondatezza della domanda prevista dalla disciplina della responsabilità civile del magistrato, evocato dall’ordinanza torinese, intorno al quale è umano che la giurisprudenza incontri difficoltà.

Si tenta invece soprattutto di chiarire come la delibazione di non manifesta infondatezza prevista come condizione della sollevazione delle questioni di legittimità costituzionale non sembri poter precludere la rimessione alla Consulta del tema della compatibilità con l’esigenza di fondare le disparità di trattamento su basi razionali della disciplina della delibazione di non manifesta infondatezza come condizione di ammissibilità dell’azione di classe: anche se non è bene oberare il giudice delle leggi, non sembra a chi scrive che il dubbio in proposito possa essere dissipato troppo agevolmente.

L’occasione fornita dalla causa di cui si commenta l’odierna decisione è invero solo in apparenza perduta. Il diritto delle parti al riesame in sede di legittimità della pronuncia sull’ammissione dell’azione di classe non è positivamente previsto dall’art. 140 bis cod. cons., né sembra potersi basare sull’art. 111 Cost. (salvo per quel che concerne la pronuncia sulle spese), potendosi arguire che il diritto ad avvalersi dell’azione di classe non sia costituzionalmente garantito in quanto spettante ad un particolare legittimato: un margine di discrezionalità del giudice di merito nella selezione fra i potenziali promotori, ad esempio sotto il profilo della loro concreta adeguatezza, presenta giustificazioni ben più solide di quelle ascrivibili alla delibazione di non manifesta infondatezza, e a differenza di quest’ultima può ragionevolmente giustificare il diniego alla parte del provvedimento idoneo al giudicato sostanziale (non avendo alcuna attinenza con il merito della controversia); riprendendo la metafora dell’autobus, si può dire che un controllo preventivo che il mezzo di trasporto collettivo sia in grado di circolare e caricare i passeggeri previsti può essere davvero una misura di prudenza apprezzabile. Tuttavia può applicarsi l’art. 363 c.p.c., come modificato dal d.lgs. n. 40 del 2006, sicché un ricorso dell’interesse della legge potrebbe comunque essere promosso almeno dal pubblico ministero presso il S.C., i cui uffici presso la Corte d’Appello avevano concluso per l’ammissione dell’azione (smentendo le pessimistiche previsioni che chi scrive aveva formulato intorno alle reali possibilità che tali organi, sovraccarichi di lavoro, potessero assumere un ruolo significativo nel contenzioso de quo: queste righe devono pertanto concludersi con un’esplicita ammenda per tale incauto giudizio, non priva di stupita ammirazione).

Autore: Andrea Giussani

© 2013 Fondazione Etica.
Top