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Riflessioni sulla riforma universitaria

L’iter della cosiddetta riforma universitaria attraversa un momento di stasi, poiché il voto alla Camera dovrà attendere, quantomeno, la finanziaria: non si sono trovati neppure i fondi per trasformare novemila “fortunati” ricercatori da professori di fatto a professori (associati) di diritto, così da calmierare le istanze della categoria più organizzata e bellicosa nei confronti del paventato provvedimento.

Ciò consente di proporre con maggiore calma qualche riflessione, non tanto sui contenuti del “d.d.l. Gelmini” – infarcito di misure della più varia natura, in gran parte da adottarsi senza “oneri aggiuntivi” carico delle finanze dello Stato – ma sulle prospettive del mondo accademico italiano.

Infatti, il d.d.l. Gelmini, a prescindere dalle soluzioni tecniche previste, manca completamente di una visione strategica riguardo alla funzione che l’Università dovrebbe essere chiamata a svolgere nella società e nell’economia del Paese. In poche parole, non è affatto chiaro che tipo di Università si vuole: atenei erogatori di corsi e di esami, ed alfine dispensatori di diplomi, capaci di attrarre “a prezzo politico” una grande massa di studenti, spesso già “lavoratori”; oppure, strutture votate alla ricerca, anche di base, e ad una didattica avanzata che tenga il passo con i risultati del lavoro scientifico, necessariamente sostenute con risoluzioni impopolari, quali l’introduzione di meccanismi selettivi all’ingresso e la richiesta di contribuzioni adeguate a servizi di alto livello (salvo borse di studio, esenzioni e prestiti da accordarsi ai meritevoli con redditi limitati).

E’ soltanto compiendo, e dichiarando di aver compiuto, una precisa scelta nell’una o nell’altra direzione, che si possono giustificare i singoli provvedimenti, quali strumenti a servizio di un ampio disegno riformatore e mai fini a se stessi. Insomma, non basta certo pontificare che le Università “operano, combinando in modo organico ricerca e didattica per il progresso culturale, civile ed economico della Repubblica”, essendo valutate “anche sulla base delle migliori esperienze diffuse a livello internazionale” (cfr. art. 1, commi primo e quarto, del disegno di legge n. 3687, già approvato dal Senato il 29 luglio 2010 – cfr. stampato n. 1905), ed imporre altrove un tetto massimo per i costi di missione e di formazione del personale pari al 50% della spesa sostenuta nel 2009 (ai sensi del decreto legge n. 78/10, convertito in legge 122/10).

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