Open/Close Menu

A proposito di Legge 40 e fecondazione assistita

Lettera a Dio di una donna sterile


Dio, mi rivolgo a Te, perché io proprio non capisco.


Sento dire un sacco di cose ingiuste sulla fecondazione assistita e su chi è costretto a ricorrerci. Come me, che i medici definiscono sterile.
Il prezzo che paghiamo, Tu lo sai, è altissimo: noi – quelli sterili – siamo ignorati dalla gente, traditi dalla legge, abbandonati dagli ospedali, incompresi dalla Chiesa. Ciò nonostante, si permettono tutti di giudicarci, laici e non, finendo per disprezzarci, se non addirittura condannarci. Talora in Tuo nome.


Dicono che è peccato, che Tu non la consenti: la fecondazione in vitro non si deve fare.
Perché? L’ovocita è il mio e il seme è quello di mio marito. Cosa c’è di male? Forse nel fatto che la fecondazione non avviene per vie naturali, in una provetta di laboratorio anziché nella mia tuba?
Ma io la tuba non ce l’ho, e il medico si limita a mettere ovocita e spermatozoo in una provetta. Senza manomettere nulla.


Dicono che Tu, Dio, non vuoi che la natura venga forzata.
Ma a me non sembra affatto una forzatura: mica pretendo di fare un figlio a sessantanni . Nel nostro caso, nessuno ci ha detto che non possiamo fare figli: semplicemente abbiamo bisogno di una mano per farli. Dove è lo scandalo?


Dicono che per Te, Dio, l’infertilità non può essere considerata un problema di salute: con una disfunzione al cuore non si può vivere, senza un figlio sì.
Eppure, mica tutte le disfunzioni di cuore sono mortali: non per questo non ce le curiamo. Anche col mal di denti si sopravvive, eppure dal medico ci andiamo ugualmente. Ora, io, che non ho una tuba, dovrei rinunciare a chiedere aiuto alla scienza? Perchè, non avere una tuba è una condanna? No, proprio non capisco.


E non si tratta per niente di accanimento terapeutico. Solo perché sono tecniche nuove vengono viste chissà come quali diavolerie. In realtà, si basano su concetti semplicissimi, con metodi non invasivi, che cercano di inserirsi appropriatamente nel meccanismo riproduttivo dell’uomo e della donna, laddove questo difetta. E, poi, a ben pensarci, i trapianti di organo non sono invasivi?


Dicono che Tu, Dio, preferiresti che quelli sterili come noi, anziché ricorrere alla fecondazione, adottassero un bambino.
Ma sono, forse, due cose incompatibili? Se adotto un bambino, non posso cercare di farne uno anche da me? E viceversa. Per me l’adozione deve essere una scelta, non un ripiego (“non mi vengono figli e mi tocca adottarne uno”).


Allora, perché questa posizione di condanna da parte della Chiesa?


So bene che, anche se è una posizione che non capisco, non vuol dire che non sia giusta.
Tu mi conosci: essendo diventata credente per scelta, ho imparato a fidarmi di quello che la Chiesa dice. Per questo mi sono detta:
“può essere che io non conosca abbastanza quello che la Chiesa ha detto in proposito; forse dovrei informarmi di più…”
Non l’ho pensato per bigotteria, ma perché la Chiesa per me è realmente importante, e non avere la sua approvazione non mi fa stare tranquilla.


Allora, lo dico a Te, Dio:


“lo so, anche se non capisco, dovrei fidarmi ed accettare quello che la Chiesa dice. Ma stavolta non me la sento. Posso credere che Tu mi chieda di rinunciare a un figlio, ma non posso credere che Tu mi chieda di rinunciare a provarci.


Certo, Tu non mi puoi rispondere ora, non a parole come vorrei. E il rischio, allora, è che mi sistemi tutto da me, domande e risposte, secondo quello che mi rimane più conveniente.


Però, possiamo fare così: io ci provo, con ‘sta fecondazione assistita, con tutto l’amore e la serenità di cui sono capace. Se, poi, Tu ritieni che io non stia facendo la cosa giusta, semplicemente un figlio non me la dai.


Sono consapevole che questo può passare per un modo opportunista di conciliare scienza e fede, ma io sono sincera, e sono sicura che questo Tu, oltre a saperlo, lo apprezzi.


Adesso esco di qui, dalla Tua casa, serena. Io tenterò tutto quello che posso per avere un figlio, dandomi da fare con l’entusiasmo e la caparbietà che mi sono propri; poi, però, andrà come Tu vuoi, e questo a me sta bene, per quanto possa farmi molto male.


Non voglio dire che accetterei il fallimento volentieri, ma che voglio fidarmi, soprattutto stavolta, del Tuo Amore.”

© 2013 Fondazione Etica.
Top