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Etica e Istituzioni

Il sistema istituzionale del nostro Paese viene da tempo percepito come un sistema vecchio, opaco, inefficiente. E che, come tale, finisce per essere un freno alla sviluppo del Paese, e particolarmente della sua economia. Pian- piano, le Istituzioni sono apparse sempre più lontane dai bisogni della società, e avvertite sempre più come antagoniste, quasi un ostacolo per le proprie attività, da imprenditori, professionisti, semplici cittadini. Come se non bastasse, gli scandali degli ultimi anni, in ambito finanziario, economico e politico, hanno rivelato anche una preoccupante perdita di autorevolezza delle Istituzioni, verso cui la gente nutre sempre minore fiducia.

E’ un quadro complessivo non incoraggiante quello abbiamo di fronte. E tuttavia non è nuovo: già trent’anni fa uno studioso come Giuseppe Di Palma (Università di Berkeley) , sintetizzava così il problema dell’Italia: un Paese che “sopravvive senza governare”. Potremmo tradurre: “un Paese che sopravvive perché non governa”. Il non governo, ossia la pratica costante di evitare e di rinviare le decisioni scottanti, politicamente come economicamente, è stata la condizione della sua sopravvivenza. Il non governo è stato ed è, al tempo stesso, il male e il rimedio del nostro Paese. Per decenni le classi dirigenti, politiche ed economiche, si sono trovate d’accordo, di fatto, nel non assumersi la responsabilità di scelte strategiche e di riforme complessive.

Questo dato sembrerebbe in contrasto con un altro. Quello per cui il Parlamento italiano è noto per essere uno dei più prolifici del mondo: è stato calcolato che esso sforna più di una legge al giorno. Come si spiega allora? Come si conciliano la scelta di non governare e la produzione di molte norme? La contraddizione è solo apparente, perché, se andiamo a verificare, nella maggior parte dei casi si tratta di norme non generali, di leggine, se non di leggi ad personam, che tutelano interessi di pochi, finalizzate a gestire il consenso senza gestire il Paese. L’immagine che efficacemente è stata usata al riguardo è quella del calabrone: il nostro Paese sembra sempre sul punto di sprofondare, proprio come un calabrone, ma poi, contro ogni evidenza e logica, si risolleva e continua a volare. In basso, ma vola, sempre.

Oggi questa situazione non è più accettabile, soprattutto dopo due anni di crisi finanziaria ed economica che sembrano lontane dal volerci lasciare. Il nostro Paese ha bisogno di riforme, di riforme importanti, che svecchino le Istituzioni, che le modernizzino.

Non deve trattarsi necessariamente di grandi riforme: a volte può bastare una legge ordinaria o un semplice Regolamento a cambiare la sostanza delle cose, molto più velocemente ed efficacemente di una lunga e complessa riforma costituzionale, la quale rischia, realisticamente, di non vedere mai la luce in una situazione politica di grande divisione e conflittualità come è quella attuale.

Tralascio, dunque, di proposito il tema delle grandi riforme, e mi limito a citare, a titolo esemplificativo, pochi punti sensibili del sistema istituzionale su cui sarebbe prioritario intervenire senza bisogno di particolari sforzi riformatori:

  • portare trasparenza, sia nelle decisioni sia nei flussi finanziari
  • individuare chiaramente le responsabilità nella catena decisionale
  • evitare la sovrapposizione di ruoli e il cumulo di incarichi, che sono spesso forieri di pericolosi conflitti di interessi;
  • ripensare i meccanismi di selezione delle classi dirigenti sulla base di merito e competenza, favorendo anche il ricambio anche generazionale e di genere

Un primo passo verso l’efficienza complessiva del sistema istituzionale può essere la semplificazione normativa: le nuove norme, infatti, spesso si sono semplicemente sommate a quelle precedenti, senza alcuna opera di razionalizzazione e omogeneizzazione, talora creando una sorta di giungla normativa.

Un secondo passo può essere quelle di privilegiare le riforme organiche: troppo spesso sono state proposte riforme scollegate, se non in contrasto, le une con le altre, mentre c’è bisogno di stabilire prima, a monte, quale è il disegno complessivo del Paese che si vuole realizzare.

Un terzo passo può essere quello del controllo: non basta fare regole se poi non si fa in modo che non rimangano lettera morta, e ciò è possibile se si introducono disincentivi e sanzioni per chi non le applica o le viola.

Va detto chiaramente, però, che le regole, pur importantissime, non basteranno: potranno modernizzare le Istituzioni, ma non ridaranno loro automaticamente l’autorevolezza.

La parola “Istituzione”, infatti, ha un doppio significato: da un lato, indica una forma di organizzazione e di aggregazione sociale; dall’altro, un insieme di comportamenti e regole. Ed è proprio il decadimento di quei comportamenti il centro del problema.

Questo non significa che è tutto negativo, e che sarebbe solo qualunquismo. Ci sono rappresentanti istituzionali, come funzionari dello Stato, che svolgono il proprio compito con competenza, onestà e senso di responsabilità, e nonostante tutto.

Non significa neppure che il declino del Paese è colpa soltanto delle Istituzioni. E’ da tempo, infatti, che assistiamo preoccupati al decadimento generale della cultura del nostro Paese, con un chiusura individualistica che non ha precedenti nella storia repubblicana. Il sistema di potere ha sconfinato dalle sedi istituzionali originarie e si è riprodotto a dismisura in luoghi decisionali parcellizzati, come quella miriade di comitati e consorzi a livello locale in cui hanno finito per riprodursi pericolosi intrecci tra politica ed economia.

E’ un Paese in cui troppe persone pensano solo a sé, hanno paura dell’altro, deridono il principio di legalità per assumere il modello del più furbo, del successo e dell’arricchimento ad ogni costo. Un Paese in cui i nostri padri, quelli usciti dalla dittatura e da due guerre mondiali, stenterebbero a riconoscersi.

Sappiamo, in questo, di scontare anni di un uso distorto dei media e di messaggi martellanti che hanno finito per rappresentarci la verità non per come era, ma per come appariva.

Allora, se il problema è anche culturale, se il problema non è solo di regole, ma di comportamenti, è importante il contributo di tutti: riportare l’etica pubblica alla base dell’agire comune, delle Istituzioni come del cittadino, dipende dalle regole ed anche da noi. Tutti possiamo fare qualcosa, senza avere paura di sporcarci le mani: “ a che servirà averle pulite – ammoniva Don Milani – se le avremo tenute in tasca?”. Il bene pubblico è qualcosa che ci riguarda, che mi riguarda, non è solo affare di altri, dello Stato. Sta a noi decidere se passare dalla società “civile” alla società “responsabile”, per usare una efficace definizione di Don Ciotti.

Su questa strada si rischia di arrivare anche più lontano. Il problema della distanza delle Istituzioni è anche un problema di giustizia sociale: senza di essa non sarà mai possibile che le Istituzioni vengano avvertite come vicine dal cittadino comune. La giustizia sociale non è un optional: ce la impone la nostra costituzione, all’art.3, dove recita:

“e’ compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”

I nostri Costituenti sapevano bene che quegli ostacoli c’erano allora e che non avrebbero potuto essere rimossi per sempre: da qui il monito di rimuoverli, messo nero su bianco. Questo rende attualissima la Costituzione, pensata da uomini di grandissima statura morale, oltre politica, “non è una costituzione immobile – ha scritto Pietro Calamandrei – ma che apre le vie verso l’avvenire … una Costituzione rinnovatrice … progressiva, che mi alla trasformazione della società”.

Il mio percorso professionale non mi consente di sottrarmi ad una riflessione sul ruolo istituzionale delle banche. Il mio pensiero al riguardo è noto da tempo, e le crisi finanziaria ed economica di questi anni lo rendono ancora più convinto.

La domanda da cui partire è se, una volta riconosciuta alla banca a natura di impresa , essa possa essere considerata una impresa uguale alle altre?

C’è un modello che a suo tempo definii “americano”: incalzato da una logica di mercato competitiva e quasi spietata, che addita come “imperativo categorico” ai manager il continuo incremento dei profitti e dei valori degli azionisti. C’è un altro modello, più consono alla tradizione europea, è quello per cui l’intermediario bancario, pur perseguendo gli obiettivi dell’efficienza e della redditività, da cui necessariamente dipende il successo aziendale, è consapevole della responsabilità sociale che grava sull’impresa bancaria e se ne fa carico.

Affermai anni fa che, se il primo modello era quello che si stava imponendo nel mondo, le nostre banche avrebbero fatto bene a non discostarsi dal secondo, in quanto all’attività creditizia ineriscono alcuni fondamentali interessi di carattere generale, la cui tutela deve conciliarsi con l’obiettivo del profitto e dell’incremento del valore. Secondo il modello da me definito “americano”, quest’ultimo obiettivo è invece divenuto il fine non solo primario ma anche esclusivo dell’impresa bancaria, non diversamente da quanto si verifica per ogni altra impresa.

A partire dagli anni Settanta, la logica dominante ha imposto anche ai grandi manager bancari il mandato – divenuto per gli stessi bussola unica e assillo quotidiano – di perseguire traguardi sempre più ambiziosi di bilancio e di redditività

È questa, a ben vedere, la ragione ultima che ha spinto molte istituzioni bancarie ad allontanarsi sempre più dall’attività tradizionale di intermediazione per assumere con forte leva finanziaria posizioni di elevato rischio. Pressate dalla ricerca esasperata di guadagni e profitti a breve termine, le banche hanno sviluppato in misura abnorme operazioni finanziarie non più legate a rapporti diretti con la clientela. Le innovazioni che si sono prodotte in un mercato finanziario poco regolamentato e agevolato da politiche monetarie espansive hanno favorito questo processo

Si è prodotto, insieme a una abnorme crescita degli attivi bancari, un eccezionale aumento dei livelli di rischio sistemico.

Deve essere assolutamente chiaro che un’affermazione come questa non va intesa nel senso di mettere in discussione la natura privatistica dell’attività creditizia. Si tratta solo di riconoscere che alle banche compete una speciale responsabilità in ragione degli interessi generali che sono sottesi all’esercizio del credito.

Ma in che cosa consistono questi interessi pubblici o generali e in che senso si può farne carico a soggetti privati come le banche?

Il primo e più evidente interesse pubblico coinvolto è quello riguardante la tutela del risparmio – un principio codificato, in modo esplicito, dall’art. 47 della nostra Costituzione – nelle diverse forme assunte dalla raccolta bancaria. La protezione degli interessi dei risparmiatori appare infatti così importante che, nella generalità degli ordinamenti, la loro compromissione dà luogo a interventi pubblici di salvaguardia. Ma non meno fondamentale, come vedremo, è la funzione di allocazione del risparmio stesso attraverso la selezione e la concessione di finanziamenti alle imprese e alle famiglie.

Tra le categorie di interessi generali coinvolti dall’agire bancario, una delle più significative è in ogni caso quella che fa riferimento alle comunità territoriali in cui le banche operano e in cui trovano le loro radici. La storia e gli statuti originari di molte banche pubbliche, ma pure di alcune private, attestano che l’obiettivo di contribuire allo sviluppo economico e civile del territorio di appartenenza ha fatto parte del mandato attribuito ai banchieri, in piena consonanza con l’obiettivo di realizzare profitti a vantaggio degli azionisti.

Da quanto sin qui detto risulta che la libertà di cui gode il manager bancario, nelle scelte volte a perseguire gli obiettivi reddituali dell’impresa, dovrebbe sempre accompagnarsi all’ambizione di far crescere intorno a sé un’economia sostenibile. È in questa attitudine, come ho detto, che si manifesta la specificità dell’operatività bancaria.

Quello che si può affermare con certezza, nella prospettiva qui tracciata, è che il fatto di occuparsi degli interessi generali da parte degli intermediari bancari non significa affatto uscire dal proprio ambito istituzionale e impropriamente “fare politica”. Farsi carico di tali interessi rientra, al contrario, nei loro compiti professionali.

(intervento del Prof. Giovanni Bazoli al convegno “La regola mancante”, 21 maggio 2010, Passirano (Brescia)

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