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Come “svegliare” il Pil

Il ministro Padoan, agli inizi di settembre, aveva ammesso che le previsioni formulate lo scorso aprile sull’andamento dell’economia dovevano essere modificate: si partiva da +1,2% atteso per il 2016 e si sperava almeno in un +1%. L’Ocse, invece, ha annunciato che le stime di crescita devono essere ulteriormente ridotte: il PIL Italia crescerà solo dello 0,8% nel 2016, con probabili diminuzioni anche per il 2017.

Anche l’Istat ha confermato questo scenario: i consumi interni sono sostanzialmente fermi, né vanno meglio gli investimenti, che registrano una riduzione dello 0,3%, spiegata soprattutto dalle minori spese delle imprese per impianti e macchinari. Insomma, la debolezza del PIL è tutta interna e il rischio è quello di un ulteriore allontanamento degli investimenti, che sono, invece, la miglior condizione di sviluppo.

Anche nella seconda parte dell’anno, perciò, sarà probabile una stagnazione del PIL: dopo l’aumento d’inizio anno di quest’ultimo, probabilmente dovuto agli incentivi fiscali (maxi-ammortamento sui nuovi beni strumentali) inseriti nella Legge di Stabilità 2016, la maggiore incertezza sullo scenario economico ha indotto le imprese a maggiore cautela.

E’ presumibile, inoltre, che un andamento negativo del PIL si accompagni a una dinamica lenta di ripresa sia in termini di occupazione che di consumi, con inevitabili conseguenze anche sui conti pubblici e, in proporzione, sul deficit.

In questa situazione vale ricordare l’importanza di una maggiore flessibilità del Patto di Stabilità UE, in modo da consentire di aumentare le spese in infrastrutture e di utilizzare le misure fiscali a supporto delle riforme strutturali.

Va considerato anche un aspetto positivo della congiuntura: può essere utilizzato lo spazio fiscale aperto dai bassi tassi d’interesse, che permettono costi di indebitamento eccezionalmente bassi.

Alcuni progetti possono fungere più di altri da moltiplicatore per la crescita e anche per l’equità: gli investimenti pubblici più proficui sono quelli in infrastrutture, sia soft che hard, e nell’istruzione, che comporta anche grande benefici in termini di equità, sia sul breve che sul lungo termine. Nella stessa doppia direzione di sviluppo ed equità vanno anche gli investimenti sulla famiglia, e in particolare nella cura dei bambini, e sui servizi sanitari, così come nei sussidi alla disoccupazione.

Naturalmente, tutto ciò non può prescindere da una più ampia strategia, capace di affrontare i problemi più urgenti della crisi europea, rappresentati dagli effetti della deflazione e della stagnazione. Dovrebbe, invece, essere lasciata a tempi futuri, più propizi, la revisione radicale dell’impalcatura su cui si fonda oggi l’UE e che ha mostrato tutte le sue debolezze nella capacità di assicurare prosperità e sicurezza.

In questo contesto, continua ad apparire una proposta azzardata quella del ricorso allo stimolo fiscale finanziato attraverso la creazione di moneta. Già l’Irlanda ci sta provando, avendo da poco emesso obbligazioni dello Stato a 100 anni acquistate dalla Banca Centrale Europea. La scadenza a 100 anni elimina la preoccupazione di doverlo rimborsare (almeno da parte della generazione corrente): ciò significa, in sostanza, che lo Stato ha generato moneta da spendere in utilità pubblica senza doverne pianificare la restituzione: è una libertà di manovra, del tutto eccezionale, utile a fronteggiare la situazione eccezionale. Ci si avvicina al potere tipico dello Stato sovrano che batte moneta.

La cosiddetta monetizzazione del debito ha spesso animato il dibattito accademico: essa, abbandonata da tempo dai Paesi europei, costituisce uno strumento molto contestato, che suscita seri timori per le implicazioni che ne deriverebbero. Tuttavia, è proprio l’eccezionalità della situazione a imporre la necessità di ricercare strumenti del tutto eccezionali, pena l’avvio di una stagnazione senza fine.

Sarebbe un grave errore sprecare le poche opportunità rimaste.

 

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