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Detassare gli investimenti per far ripartire il Pil

A luglio l’istat ha comunicato d’aver registrato, in Italia, un calo nei livelli di attività delle imprese, affermando altresì di attendersi un ulteriore lieve riduzione nel prossimo futuro. Questo fenomeno si colloca in un contesto europeo caratterizzato dalla flessione dei ritmi produttivi, specialmente per via della contrazione nel commercio internazionale; a poco è servita la svalutazione dell’Euro contro Dollaro.

Non a caso, il Fondo Monetario Internazionale, che aveva previsto per il 2016 una crescita del PIL Italiano all’1%, ha rivisto al ribasso il dato, portandolo a 0,9% (le previsioni del Governo formulate a fine 2015 parlavano di +1,2%). Una revisione modesta, comunque al ribasso. È di ora la notizia da parte dell’Istat della crescita zero. Lo scenario complessivo in cui viviamo è caratterizzato da un’elevata incertezza economica, politica e istituzionale, per cui il sistema è esposto – molto più di quanto lo era solo un decennio or sono – agli effetti di avvenimenti poco prevedibili, specialmente in Europa: la Brexit è uno di quelli.

In questo contesto continuare a credere che la finanza possa trascinare l’industria appare una chimera. La Banca Centrale Europea sta facendo molto di più di quanto si immaginasse: i tassi d’interesse sono a zero o addirittura negativi, fatto del tutto impensabile sino a qualche anno fa, e gli acquisti di titoli da parte della BCE sono aumentati nel corso del tempo. Si tratta di manovre che intendono aumentare la disponibilità di moneta, al fine di favorire la richiesta di prestiti da parte di imprese e privati. L’obiettivo è far ripartire l’economia. Ma è ormai da qualche anno che la BCE interviene con energia e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: è stato evitato uno shock dirompente, ma i nodi al pettine sono rimasti.

Cosa rimane? A nostro parere, gli stimoli fiscali quali la detassazione degli investimenti.

Nel contesto attuale, in cui le famiglie esprimono bassa propensione al rischio e grande incertezza sul futuro è illusorio immaginare che la ripresa possa essere trainata da un aumento dei consumi privati, finanziati da una riduzione del risparmio, unica fonte di sicurezza. La  famiglia oggi non ha sicurezze sull’avvenire dei propri figli, sia per il lavoro che per la copertura pensionistica, e ciò rappresenta una frattura con il passato, per una intera generazione.

E’ vero che il Governo si è mosso stanziando i primi capitali per investimenti nelle infrastrutture. Ma non basta. La mossa passa ora agli imprenditori privati per rimettere in moto la domanda che, a sua volta, possa innestare il circolo virtuoso “investimenti privati – consumi delle famiglie – investimenti”.

Non dimentichiamo che tra il 2007 e il 2015 gli investimenti in Italia sono calati di circa 109 miliardi (al netto inflazione) tra pubblico e privato:  una vera e propria recessione degli  investimenti, che contribuisce a spiegare l’azzeramento del PIL.

E’ necessario, quindi, un intervento di programmazione economica. Nel bilancio dello Stato sono iscritte voci di spesa per circa 17/18 miliardi, riguardanti trasferimenti e contributi in conto capitale alle imprese. Spesso si tratta di contributi erogati a pioggia dal risultato incerto. Si tratta di flussi di spesa che potrebbero essere riconvertiti a favore della detassazione degli utili d’impresa reinvestiti in nuovi investimenti. Certo, non tutte le imprese potrebbero beneficiarne: probabilmente, solo quelle innovative, ma questo favorirebbe un aumento di produttività (innovazione = produttività). Peraltro, stimolando il reinvestimento di utili, potrebbe diminuire il grado di dipendenza dal credito bancario, che non si è ancora espanso come la BCE si attendeva, superando le tradizionali caratteristiche strutturali delle imprese italiane, sottocapitalizzate e sovra indebitate.

L’auspicio qui formulato può concretizzarsi solo ad opera di una pianificazione economica rigorosa ed impegnativa, lontana da azioni populiste, proclami ad effetto, azioni a pioggia che non favoriscono l’innovazione e l’efficienza. Sono necessari pochi ma pesanti interventi che, evitando la logica (spesso europeista) del rigore a tutti i costi, mantengano un equilibrio di bilancio anche intervenendo con tagli nelle spese non produttive. Rigore sì, quindi, ma molto mirato.

(F. Metelli)

© 2013 Fondazione Etica.
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