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Introduzione alla ricerca

INTRODUZIONE

Nell’assetto istituzionale italiano la finanza comunale si caratterizza per un’evidente asimmetria. Laddove ampie sono le autonomie riconosciute nel tempo sulle decisioni di spesa, ancora limitata è la responsabilità trasferita in tema di reperimento delle entrate, che in larghissima parte continuano a essere rappresentate da trasferimenti diretti dello Stato centrale.

Questa configurazione di finanza derivata pone un limite oggettivo al significato dei processi di riforma che, a partire dall’elezione diretta del sindaco, hanno interessato i Comuni italiani, modificandone le funzioni, l’organizzazione e i rapporti con i cittadini. Da una parte, esiste un problema di coerenza fra la gestione delle funzioni di spesa dei singoli Comuni e il rispetto degli obiettivi nazionali di finanza pubblica concordati in sede europea. Dall’altra, il presupposto della riconoscibilità dei comportamenti dei singoli amministratori nei confronti del proprio elettorato (accountability1) può venire meno di fronte ai vincoli di finanziamento imposti dal Governo centrale.

Con riferimento al primo punto, un sistema in cui la titolarità del gettito fiscale resta in capo allo Stato, mentre le funzioni di spesa sono delegate agli Enti di maggiore prossimità col territorio, determina un problema di coordinamento dell’azione collettiva. L’eventuale indisciplina di un singolo Comune, infatti, non grava direttamente sui cittadini amministrati, ma si riflette in un aumento della pressione fiscale imposta alla collettività nazionale.

Per affrontare il problema si rendono necessari meccanismi di coordinamento interistituzionale all’interno dei quali prevenire, e nel caso sanzionare, comportamenti devianti rispetto all’obiettivo generale. In Italia, questo meccanismo di coordinamento è chiamato Patto di stabilità interno. Il termine rimanda direttamente al modello europeo del Patto di stabilità e crescita che, nell’ambito del Trattato costitutivo dell’Unione monetaria, obbliga i singoli Stati a contenere il livello dell’indebitamento pubblico al di sotto del 3% del Pil. Lo scopo del Patto di stabilità interno è appunto quello di chiamare i singoli Enti territoriali a contribuire al raggiungimento dell’obiettivo fissato in sede europea.

Nelle richiamate condizioni di finanza derivata, il coor-dinamento fra Governo e Comuni presenta, però, alcuni fattori di complessità. In estrema sintesi, si può dire che, attraverso il Patto di stabilità interno, vengono imposti dal centro alla periferia stringenti limiti sui livelli di spesa locale, in apparente coerenza con quanto richiesto dalle regole europee, ma seguendo un processo decisionale in cui il potere contrattuale delle Amministrazioni comunali è piuttosto limitato. Questo avviene perché, di fronte al persistente disallineamento dell’Italia rispetto agli obiettivi europei, il Governo centrale ha spesso buon gioco nell’imporre agli Enti locali la sola dimensione restrittiva della manovra di bilancio.

Continua…

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