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Le ipocrisie su deficit e Pil

Nel corso di marzo sono previste le valutazioni dei ministri delle Finanze della zona euro e della Commissione europea, in particolare per ciò che concerne il debito. L’attenzione si volgerà ai Paesi che, al momento della presentazione della loro legge finanziaria, sono stati giudicati prossimi alla violazione delle regole del Patto di Stabilità (Austria, Lituania, Spagna, Italia) con un rapporto deficit/Pil non superiore al 3%.
Osservando il denominatore di tale rapporto, va ricordato che, confrontando la dinamica del Pil nei Paesi del G7 dal 2008, il risultato è sconfortante: l’Italia è l’unico Paese ad aver mostrato una flessione del Pil, quasi 10 punti, al netto dell’inflazione.
I Paesi che hanno avuto i maggiori aumenti del tassi di crescita, durante la ripresa dell’economia, sembrano essere stati quelli che hanno effettuato i maggiori sforzi in tema di calo del deficit, in particolare tramite la riduzione delle spese. In essi, escludendo la Grecia, il miglioramento nella crescita è venuta dopo gli aggiustamenti. Questo significa che il calo del rapporto deficit/Pil sembra essere stato più correlato a tagli e risparmi piuttosto che all’aumento del denominatore (il Pil, appunto).
Nel nostro Paese, invece, al di là della convenienza politica chiara, dal punto di vista economico la scelta di combattere l’austerità non sembra essere giovato molto.
Del resto, Regno Unito e Spagna sono Paesi che, proprio grazie al mancato rispetto dei parametri europei (soprattutto il citato tetto del 3%), avrebbero conseguito una crescita soddisfacente. Non va tuttavia dimenticato che i due Paesi non hanno affatto trascurato il controllo dei conti pubblici: il Regno Unito ha portato il deficit dal 10,2% del 2010 al 4,9% del 2015; la Spagna l’ha diminuito dall’11% del 2009 al 4,3% del 2015. Se, dunque, i valori rimangono sopra il 3%, è evidente che il merito di Regno Unito e Spagna di essere riusciti a diminuire il deficit di 6 punti in pochi anni a fronte, invece, dell’Italia, che lo mantiene sotto il 3% ma facendolo aumentare rispetto agi impegni presi.
Inoltre, va sottolineato che nei due Paesi suddetti, la crescita del Pil è avvenuta dopo una imponente opera di spending review: il Regno Unito ha conseguito notevoli risparmi dal 2010, soprattutto con tagli in settori chiave come lavoro e pensioni, giustizia, cultura, sport, media. Tagli, però, non lineari, che hanno generato un calo superiore ai 5 punti dell’incidenza della spesa sul Pil dal 2009 al 2014, mentre in Italia l’incidenza rimaneva stabile e in Spagna calava di circa l’1,3% nonostante la diminuzione del prodotto interno lordo (il denominatore).
Il risultato complessivo è quello di un’Europa ancora più divisa nella spesa pubblica rispetto al Pil e su questo ha inciso il coraggio dei singoli Governi di prendere o meno decisioni impopolari nel breve periodo, ma positive per tutti nel medio/lungo periodo.
La conseguenza soprattutto per l’Italia è il persistere della sfiducia degli investitori e operatori economici e questo rende urgente la formazione di una classe dirigente nazionale che sappia guardare lontano, anche a scapito del consenso immediato.

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