Open/Close Menu

La giustizia dei cavilli e i danni alle città

Genova in ginocchio, ancora una volta. Ancora con un tributo di morte. Ancora una volta alle prese con un paese che non riesce a essere normale. Una città che paga un prezzo altissimo ad un’anormalità che è il frutto di una scellerata azione di devastazione urbanistica e di una incapacità suicida di prevenire il ripetersi di disastri largamente annunciati. La costruzione di edifici in luoghi insicuri risale ad alcuni decenni orsono, quelli nei quali, a Genova come in tante altre città, l’Italia dei palazzinari fece – con la complicità ottusa di molti politici e con la cecità colpevole di chi doveva controllare – la sua fortuna economica a danno della collettività. A cause antiche di dissesti, ai quali soltanto una politica di risanamento lunga e complessa potrà mettere riparo, si aggiungono i responsabili dell’alluvione avvenuta la scorsa settimana. Tra i tanti fattori che hanno trasformato una calamità naturale in tragedia, uno sembra assumere maggiore rilevanza. Si tratta delle mancate opere sul tratto terminale del torrente Bisagno, il quale –  secondo un rapporto della Regione al governo – presenta “condizioni di elevatissima criticità idraulica dovute alla grave insufficienza al deflusso dell’alveo attuale e in particolare del tratto terminale coperto”. Nonostante questo monito, le opere di consolidamento e di messa in sicurezza non sono state fatte. L’appalto è rimasto sulla carta per quattro anni per un contenzioso tra la ditta che lo aveva vinto ed una concorrente che ha fatto ricorso al Tar. Ciò ha tenuto fermi lavori per i quali erano state reperite le risorse e stanziati, nell’ottobre del 2014, 35 milioni di euro. Di fronte a un tale esempio di inefficienza si è scagliato il capo della Protezione civile, Gabrielli, lamentando i ritardi che hanno impedito l’esecuzione di opere in grado di evitare nuove esondazioni del torrente. Parole accorate nei riguardi della popolazione e dure contro le inerzie delle autorità sono venute anche dal cardinal Bagnasco, arcivescovo di Genova. Due reazioni autorevoli che mettono il dito sulla piaga del tremendo deficit di funzionalità dei nostri poteri pubblici. Tanto in periferia, quanto al centro.

Lamentare i ritardi della burocrazia è sacrosanto, ma rischia di diventare un’accusa generica che non coglie la sostanza della questione. Nel caso specifico vi sono tre fattori concomitanti che rappresentano altrettanti segmenti di responsabilità per quanto è accaduto. Le inefficienze degli apparati amministrativi sono favorite dalle norme tremendamente complicate del Codice degli appalti. Che non a caso, benché sia stato ripetutamente modificato, rende difficile il lavoro dei funzionari. Molti di questi, dal canto loro, non sono sempre adeguatamente attrezzati a districarsi tra norme oscure, eccezioni, distinguo, commi perversi. Qui le burocrazie pagano il prezzo di livelli di formazione e aggiornamento assai discutibili. Ma il responsabile maggiore in questa vicenda è certamente da ricercare nel ruolo che ha assunto la giustizia amministrativa nella gestione delle opere pubbliche. I Tar – chiamati a garantire la legalità dell’azione amministrativa – sono diventati sempre più spesso un fattore di legalità negata. Non soltanto la lentezza, con la quale essi normalmente definiscono le questioni pendenti e sottoposte al loro giudizio, quanto il formalismo esasperato dei giudizi e delle pronunce finiscono con il rasentare il sopruso nei confronti della collettività. La giustizia amministrativa – voluta fortemente da uomini i del calibro di Marco Minghetti e Silvio Spaventa come presidio dei diritti dei cittadini contro i possibili soprusi del potere pubblico – si presenta in molti casi del tutto inadeguata a risolvere i conflitti. Ormai qualunque ricorso, anche il più improbabile, trova un giudice disposto a dare fiato al più ridicolo cavillo giuridico. Con il risultato di fermare tutto, nella lunga attesa di un giudizio che verrà.

Pubblicato anche su Eco di Bergamo, 13/10/14

© 2013 Fondazione Etica.
Top