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Mille giorni per cambiare la PA

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8406824-number-1000-number-one-thousand-in-silver-letters-on-a-silver-pedestal“Se lo sviluppo economico dell’Italia […] dovesse essere affidato alla attuale macchina ingombrante e spesso sabotante dei nostri uffici, non si arriverebbe mai a concludere nulla: è bene che lo si dica forte, per affermare quale enorme responsabilità pesi sopra tal punto sui pubblici poteri”. Così scriveva nel 1916, Giovanni Abignente, noto studioso dell’epoca in un saggio su La riforma dell’amministrazione pubblica in Italia. Come si vede, il problema è ancora quello di un secolo fa e non sono cambiate di molto le sue caratteristiche. Bene, dunque, che il tema del miglioramento della qualità dei servizi resi dalle amministrazioni pubbliche sia un dei punti qualificanti del programma dei “mille giorni” illustrato ieri l’altro dal presidente del Consiglio.

Rispetto a questo deciso impegno politico desta perplessità il modo nel quale si procede per ottenere un  sistema pubblico che funzioni meglio e costi meno. Ne è un esempio la proposta che in ciascun ministero si realizzi un risparmio del 3%. Le ragioni di tale scelta sono ben note e pienamente condivisibili. La ripresa economica stenta e, in queste condizioni, il governo rischia di non riuscire a negoziare in sede europea provvedimenti che contribuiscano al rilancio dell’economia. Lo stesso governatore della BCE ha ribadito di recente che soltanto in presenza di riforme capaci di produrre in tempi brevi la diminuzione della spesa pubblica si potranno attuare politiche di espansione che incentivino la ripresa. Una sorta di morsa per un Paese, come l’Italia, che non riesce a dare razionalità all’uso delle risorse pubbliche. In questo scenario l’esecutivo – costretto a percorrere la strada delle riduzioni immediate – lo fa nel modo più facile, imponendo una diminuzione percentuale a tutti gli apparati dello Stato. In tal modo, però, si alimenta una spirale perversa. La logica dei “tagli lineari” (inaugurata senza molto successo dall’allora ministro Tremonti) si è dimostrata illusoria sul piano finanziario ed estremamente penalizzante per la funzionalità dei servizi pubblici. La riduzione operata con il tagliaerba ha prodotto gravi guasti, mettendo in ginocchio quei settori dell’intervento pubblico nei quali le risorse finanziarie erano già scarse o insufficienti senza, peraltro, incidere realmente sugli sprechi –  a volte macroscopici – presenti in molte gestioni pubbliche. I casi della scuola e della sanità costituiscono esempi lampanti di come riduzioni fatte senza una visione d’insieme riescano a procurare più danni di quanti vantaggi realizzino.

A giudizio del presidente del Consiglio nelle amministrazioni pubbliche c’è troppo grasso che cola: affermazione del tutto condivisibile, ma del tutto inservibile sul piano pratico, perché senza una conoscenza puntuale di dove (e in quali quantità) si annidi il grasso, si otterrà soltanto di inceppare ulteriormente la macchina. Con il rischio, in qualche caso, di arrugginire irrimediabilmente i congegni nei quali il grasso è già troppo poco. Vi sono ministeri nei quali i risparmi potrebbero (anzi, dovrebbero) essere assai superiori al 3% indicato dal governo; mentre per altri ministeri le risorse presenti – se non si vuol far collassare il livello dei servizi (l’esempio principale è la scuola) – sono fin troppo esigue. Per governare occorre conoscere le realtà nelle quali si vuole intervenire. In questi mesi il governo ha indicato priorità precise: è mai possibile che ciò possa andare d’accordo con un taglio uguale in percentuale per tutte le amministrazioni dello Stato? La contraddizione è palese, per procedere servono soluzioni coerenti con le scelte di fondo. Altrimenti i “mille giorni” non basteranno per cambiare i meccanismi della spesa pubblica e per ottenere il miglioramento dell’amministrazione.

 

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