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Governare per convincere

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Un capo del Governo ha il diritto di affermare che vuole cambiare il Paese che è stato chiamato a guidare? Ha il diritto di chiedere ai cittadini di credere nella possibilità di cambiamento, spronandoli ad impegnarsi in uno sforzo comune per riuscire nell’intento? Ha il diritto di pretender dall’insieme dei decisori politici un impegno serio per concorrere a raggiungere l’obiettivo? Certamente ne ha tutto il diritto. A dir meglio, ne ha soprattutto il dovere, in particolare se il paese in questione si trova ad affrontare problemi serissimi che riguardano la disoccupazione, il disagio economico di larga parte delle famiglie, la decrescita della produzione, la corruzione crescente. E ne ha un dovere quasi imperativo se il ceto politico di quel paese ha dato ripetuta prova di scarsa capacità (a volte addirittura di non di totale immobilità) e se tutto questo è frutto anche di meccanismi politico/amministrativi logori e malfunzionanti. Le questioni fin qui elencate non sono frutto di fantasia e non lo è nemmeno il paese. Che è l’Italia. Da alcuni mesi il governo del nostro paese è guidato da un premier che riscuote un consenso larghissimo nell’opinione pubblica; che è sostenuto alla Camera da una larga maggioranza; che ha saputo costruire l’immagine di un politico deciso a ottenere i risultati illustrati prima e dopo essere stato chiamato a prendere le redini del governo. Renzi è arrivato a palazzo Chigi forte della conquista della leadership del PD e forte ancor più della larga vittoria ottenuta dal suo partito alle elezioni europee dello scorso maggio. A ciò va aggiunto – come detto dianzi – il credito personale acquisito in questi mesi. Credito che rappresenta patrimonio assai prezioso e che non può essere sciupato. Fino ad oggi gli annunci di riforme e cambiamenti non hanno prodotto risultati di rilievo. Ma ciò era prevedibile e non può essere addebitato al presidente del consiglio, né al suo governo. Si può discutere sulla scelta di forzare i tempi di un progetto di riforma costituzionale – certamente da avviare – che, per come è stato condotto, ha avuto il risultato di rallentare fortemente i tempi delle decisioni politiche sui fronti caldi delle esigenze concrete dei cittadini. Problemi che non ammettono ritardi e le cui soluzioni non sono né semplici, né miracolisticamente immediate. Ieri l’altro il ministro dell’Economia, Padoan, affermava che per la ripresa economica ci vorrà più tempo del previsto e che gli effetti potranno vedersi non prima di due anni. Una lezione di onestà comunicativa e concretezza operativa. Occorre convincersi che il nostro paese – e, in generale, tutte le democrazie solide – non ha bisogno di venditori di sogni, ma ha, al contrario, l’insopprimibile necessità di governanti che sappiano affrontare con realismo le questioni nodali da risolvere e che, nel contempo, riescano a infondere nell’opinione pubblica la consapevolezza che la strada da percorrere è lunga e che soltanto un patto civile tra le forze migliori della società può produrre risultati adeguati. Patto civile al quale tutti sono chiamati a concorrere, pur nella diversità dei ruoli e nell’autonomia delle scelte e dei giudizi. Renzi ha innanzi a sé l’opportunità fare un salto di qualità che lo porti a diventare uno statista. Sembra averne le doti, la situazione gliene dà la possibilità, l’attuale ruolo di presidente di turno dell’Ue gli offre una chance di più. Per ottenere i risultati che servono al paese è forse opportuno che mette in sordina la propensione agli slogan ad effetto; che eviti la logica del rilancio a tutti i costi. Serve, piuttosto, una strategia di governo più chiara, con obiettivi puntuali e percorsi credibili. A questo fine converrebbe una maggiore attenzione, tanto nella squadra di governo quanto nei ruoli chiave per l’elaborazione e l’attuazione delle politiche pubbliche. A dirlo chiaro, non basta la stretta cerchia dei fedelissimi. Occorre aprirsi a un confronto vero con le molte intelligenze e le molteplici esperienze presenti nella società. In giro ve ne sono a sufficienza.

pubblicato anche su Eco di Bergamo

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