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Distacchi dimezzati? No, andavano aboliti

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La lunga marcia della riforma della Pubblica amministrazione ricomincia: il ministro Marianna Madia ha annunciato alcune misure di immediata applicazione che andranno a regime a giorni. Tra queste il dimezzamento dei distacchi sindacali.

Il provvedimento, già annunciato a inizio estate, non ha mancato di suscitare polemiche e reazioni. Eppure, la soluzione adottata dal governo è stata fin troppo prudente. A dirla tutta, è una mezza misura che non serve praticamente a niente. Non soltanto perché i risparmi saranno di modesta entità rispetto alle esigenze complessive, quanto per una ben più corposa questione di metodo nell’azione tesa a rimuovere le incrostazioni che non permettono alle amministrazioni pubbliche quel cambio di marcia che tutti, a parole, invocano e pochi intendono perseguire effettivamente.

Sarebbe stato auspicabile abolire totalmente nel settore pubblico i distacchi sindacali a carico delle amministrazioni (quindi, dei cittadini). In primo luogo per sanare una irragionevole disparità con il settore privato, nel quale il sindacalista mantiene il posto in azienda ma – per il tempo del distacco – viene retribuito dall’organizzazione sindacale per la quale opera.

Il ruolo di cogestione e di inframmettenza dei sindacati nel governo degli apparati amministrativi è una delle piaghe peggiori del settore pubblico italiano. Una triste deriva che ha trasformato l’iniziale ruolo di difesa dei diritti dei lavoratori in un opaco meccanismo di potere all’interno delle amministrazioni.

Per garantire la tutela dei legittimi diritti dei lavoratori basterebbe un numero molto limitato di dipendenti che i sindacati, a loro carico, decidono di destinare all’esclusiva attività sindacale. Il resto – come è da sempre – lo faranno i pubblici dipendenti che scelgono di impegnarsi nell’attività sindacale senza lasciare il posto di lavoro. In questa ottica, per una sorta di estetica istituzionale, si dovrebbe evitare che i dirigenti pubblici siano distaccabili. I dirigenti, intesi come categoria, sono – a vario livello – tenuti a governare gli apparati e a valutare il personale; in più hanno obblighi paragonabili ai datori di lavoro privati.

Per questo insieme di circostanze il dirigente che riveste la funzione di sindacalista a tempo pieno rischia di caricare di forti ambiguità il suo ruolo istituzionale. Chi fa il sindacalista di mestiere non dovrebbe dirigere gli uffici e viceversa. Naturalmente, nessun vincolo – per alcun dipendente – può esistere sull’iscrizione ai sindacati e sul diritto di svolgere attività sindacale.

Altra misura da prendere subito e da rendere operante nel giro di poche settimane dovrebbe essere quella di ridurre drasticamente il numero degli addetti agli uffici di diretta collaborazione dei responsabili politici (ministri, sottosegretari, presidenti di regioni, sindaci). Si tratterebbe di un segnale utile, ma soprattutto un punto di attacco efficace per snellire l’azione delle amministrazioni e dare concretamente ai dirigenti la possibilità di svolgere responsabilmente – e senza troppe gabbie – il loro ruolo di protagonisti della gestione dei servizi da rendere ai cittadini. È un tema antico – sul quale mai si è trovata una soddisfacente soluzione – che non può essere ulteriormente eluso. La consapevolezza che, per produrre nelle amministrazioni pubbliche i cambiamenti necessari occorra una visione d’insieme, una strategia di alto profilo, nonché sapienza operativa, deve essere la bussola del governo. Soltanto a queste condizioni sarà possibile gestire un’operazione di rara complessità, destinata a incidere su ressi radicati e diffusi.

 

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