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Il nuovo record del debito pubblico

E’ vero che il Tesoro ha aumentato la propria liquidità, cioè lo Stato ha contratto più debiti di quanto ne avesse bisogno, approfittando dei tassi di interesse ai minimi storici. Rimane il fatto che dall’inizio dell’anno al 31 maggio, il debito pubblico è cresciuto di 97 miliardi, a un ritmo di 19,4 miliardi al mese (erano 8,6 miliardi al mese un anno prima).

Sorprende la ripartizione territoriale, perché mentre il debito degli enti locali è diminuito di 0,9 miliardi (regioni: da 37,9 a 36,6 miliardi; province: stabile a 8,4 miliardi; comuni: da 47,6 a 48 miliardi) il debito delle amministrazioni centrali è cresciuto di 20,9 miliardi. Ma non era partita un’azione denominata spending review?

Torna a porsi la questione della sostenibilità del debito pubblico italiano, anche alla luce di un allarme ormai risonato chiaramente: la crescita prevista nel nostro paese e nel resto dell’Eurozona è più bassa del previsto. Non c’è da credere a un collasso economico dell’Area Euro, ma la ripresa sarà molto più debole delle attese.

E’ quindi necessario chiedersi se è corretto che il premier si concentri prevalentemente sulla richiesta all’Europa di una maggiore flessibilità del Patto di stabilità; la discussione va avanti da anni e Italia e Francia la chiedono insistentemente, senza avere mai ottenuto nulla; forse perché tale patto non garantirebbe molto ai paesi indebitati.

In questo scenario si apre un pericoloso percorso verso un’ipotesi che – con una terminologia cruda – si chiama “ristrutturazione del debito pubblico”. Così come Renzi tratta con la cancelliera Angela Merkel per un patto di flessibilità, lo stesso potrebbe essere costretto a fare con i creditori privati, dicendo loro che serve un impegno reciproco per giungere a una soluzione. Il fatto è che non è cosa facile procedere in questa direzione; potrebbe trattarsi di uno spostamento in avanti delle scadenze dei titoli e di un accordo per ridurne le cedole. In ogni caso, sarebbe un’azione traumatica, tale da compromettere la fiducia dei mercati, potendosi tramutare in un premio per il rischio maggiore di quello odierno e in una minore domanda dei nostri titoli.

Lo stesso sottosegretario alla presidenza del consiglio, Graziano Delrio, non ha negato l’ipotesi, rispondendo poco tempo fa a una domanda del Corriere della Sera, limitandosi a replicare che della questione se ne occuperà il premier. Il quale – non ci sono dubbi – farà di tutto per evitarla (Delrio ha inoltre rilanciato l’idea degli Eurobond in una versione più sofisticata, gli Euro Union Bond). Ma trattare per il Patto di Stabilità con la Germania non è sufficiente.

Senza crescita e risanamento, non servirà nemmeno ridurre il debito con un tratto di penna. Anche la dinamica delle entrate, per quanto positiva, deve fare i conti con una previsione di crescita rivista al ribasso; senza crescita non si generano entrate sufficienti a ripagare il debito esistente. Questo significa che potrebbe registrarsi un “buco” nei conti pubblici di almeno 6-7 miliardi, anche se ovviamente bisognerà verificare i dati dell’intero 2014 per averne conferma. Ecco perché si parla insistentemente di manovra correttiva a settembre.

Il nostro auspicio è duplice: in primo luogo che la spending review possa finalmente manifestare i suoi effetti, sino ad oggi mancati, in modo che i risultati possano finanziare le misure espansive. In secondo luogo che il premier si concentri non solo sulle politiche europee (negoziati in corso per scorporare gli investimenti dal computo del deficit) ma anche e specialmente sulle misure per la crescita.

Il tempo si riduce sempre più.

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