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Sbarchi, non sono una calamità naturale

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Ogni tanto ci ricordiamo, ma solo quando proprio non possiamo farne a meno, quando i morti sono così tanti che i media, persino quelli “provinciali” all’italiana, faticano a ignorarli. Così, ciclicamente i tg e le prime pagine dei quotidiani vengono inondati di foto e racconti irricevibili per un qualunque Paese civile e altrettanto ciclicamente tutto viene coperto dall’oblio del giorno dopo.

Solo che, nel frattempo, i migranti non solo non sono diminuiti, ma aumentati: scappano, infatti, non più semplicemente dalla povertà, ma dalla morte sicura per fame e per guerra. Fame e guerra che – non va dimenticato – hanno spesso come complice il cosiddetto mondo avanzato.

L’Europa fa finta di occuparsene, ma è evidente la sua negligenza al riguardo. Davvero pensano i nostri governanti, a Roma come a Berlino o a Londra o a New York, che sia possibile creare un ordine mondiale basato sullo sviluppo e sul benessere di una minoranza? È sempre stato così, è vero, ma proprio la globalizzazione ha reso ancora più stridenti i contrasti: impensabile chiuderli fuori. Non c’è confine che possa tenere di fronte alle pressione di chi è vittima di ingiustizie, poco importa se economiche o sociali.

Possibile che ci sia ancora chi si illude che gli sbarchi clandestini possano essere gestiti come una sorta di calamità naturale? Non rappresentano piuttosto la materializzazione plastica di scelte politiche ed economiche non solo ingiuste, ma completamente sbagliate? La razzia incessante e prepotente delle ricchezze naturali di popoli tenuti da sempre sotto scacco dall’ignoranza e dalle armi non è addebitabile alla politica in sé, ma ai biechi interessi economici individuali che la politica, semmai, sostiene per convenienza. Si tratta di un intreccio micidiale politica/economia, che tutti conosciamo dai tempi della scuola e che ancora oggi si presenta implacabile e brutale, per quanto più sofisticato nelle forme.

Esagerazioni catastrofiste? Retorica buonista e ingenuità? In realtà è solo la constatazione dei fatti: ancora oggi, il connotato più evidente ad ogni latitudine resta l’iniquità. È normale che nel 2014 il Senegal -neppure il povero dei Paesi africani – registri l’80% di analfabeti?

I fatti parlano da sé e invece si continua a ignorarli, trattando i barconi della disperazioni alla stregua di uragani stagionali dai quali ripararsi solo sbarrando porte e finestre.

Ora arriva il conto, e non basterà fare summit a tavolino per trovare il modo di saldarlo.

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