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Un Parlamento inadatto

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Si è votato meno di un anno e mezzo fa per il rinnovo del Parlamento italiano e sembra passato un secolo.
L’arco delle forze parlamentari è immutato solo perché a popolarlo sono gli stessi che hanno affollato i talk show degli ultimi inverni: nei fatti, è molto cambiato.
Nel centro-destra il Pdl si è scomposto in Forza Italia e Ncd.
Al centro – o presunto tale – Scelta Civica si è scissa in due gruppi parlamentari, di cui uno è pressochè sparito alle elezioni europee, mentre l’altro si è ulteriormente scisso in Democrazia Solidale e un non si sa bene cosa, dopo l’abbraccio mortale con l’Udc, che è in procinto di inaugurare il terzo gruppo parlamentare in pochi mesi probabilmente per sfruttare e poi abbandonare anche quello.
Grillo resiste, ma ha cacciato diversi dei suoi, confluiti nel Misto come componente autonoma.
Nel centro-sinistra, Sel ha subito un’emorragia vistosa di deputati, che potenzialmente hanno i numeri per costituire un nuovo gruppo alla Camera. Il Centro Democratico è stato dichiarato finito dal suo stesso fondatore, mentre il Pd è diventato un corpaccione appesantito da continue nuove adesioni sparse, che sanno tanto di resa al vincitore: la forza di attrazione che è esercita è legata unicamente al dinamismo del suo leader, ora premier, che risalta soprattutto grazie all’immobilismo stagnante dei decenni passati.
La domanda, a questo punto, è lecita: un Parlamento che già era screditato per essere composto di nominati, anziché di eletti, e oggi trasfigurato da un maremoto continuo è il Parlamento che serve per fare le riforme o, almeno, le scelte importanti per il Paese?
In altre parole, va bene la determinazione nel voler fare comunque e a qualunque costo, ma non conviene, oltre un certo limite, arrendersi all’evidenza di una classe parlamentare da rimandare magari non a settembre, ma a anno nuovo sì, per fare i compiti a casa e poi ripresentarsi alla prova di nuove vere elezioni?
Solo dopo l’ambizione riformatrice avrà un senso: ora appare poco più che una velleità.
Bene dunque il coraggio del premier, ma poi prenda atto di cosa ha davanti e si regoli di conseguenza: poche ma mirate misure per la crescita, una buona legge elettorale (non certo l’Italicum) e poi, chiuso il semestre europeo, nuove elezioni politiche. Non saranno la panacea, ma di sicuro ne sono la premessa indispendabile.

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