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Elusione fiscale


Quando i giudici, mossi dall’esigenza di dare una soluzione etica al singolo caso, danneggiano tutto il sistema Paese.

“Sull’elusione fiscale”
In questi giorni, tutti gli operatori del mondo fiscale (giuristi d’impresa, tax manager di grandi aziende, consulenti fiscali di banche e di fondi d’investimento, tributaristi e funzionari dell’Agenzia delle Entrate) si stanno interrogando sulle conseguenze di due sentenze con le quali la Corte di Cassazione a Sezioni unite, il 23 dicembre scorso, ha affermato che nel nostro ordinamento tributario esisterebbe un principio generale di divieto di abuso del diritto.

Semplificando, secondo la Cassazione, vi sarebbe un principio generale “non scritto” di prevalenza della sostanza economica sulla forma giuridica, desumibile dalla regola costituzionale della tassazione basata sulla capacità contributiva, per cui se un atto è stipulato essenzialmente per ottenere un risparmio fiscale, il giudice disconosce gli effetti di quell’atto.
Le sentenze della Cassazione sono mosse da un intento etico: condannare manovre evidentemente elusive degli obblighi tributari.

La soluzione scelta, però, non è certo conforme al principio, di forte valenza etica, della certezza del diritto, in quanto la Cassazione ritiene che il principio di divieto dell’abuso (pur essendo finora assolutamente ignoto alla dottrina, alla giurisprudenza ed anche alla prassi dell’Amministrazione finanziaria) si applicherebbe a tutti i giudizi in corso (le sentenze si riferiscono ad episodi verificati tra gli anni ’80 e ’90) e potrebbe essere sollevata d’ufficio dai giudici in ogni grado e fase del processo. Così, la Cassazione solleva d’ufficio la questione dell’abuso del diritto, senza che sia stata mai trattata dalle parti nel processo e giudicando su atti compiuti in epoca remota (quando nessuno poteva immaginare tale “invenzione” giurisprudenziale).

Queste sentenze creano uno stato di grave incertezza nel nostro ordinamento tributario, danneggiando l’immagine del Paese dinanzi agli investitori stranieri ed incrinando il già fragile rapporto tra Fisco e contribuenti.
Ancora una volta, il vuoto lasciato dal legislatore è stato riempito con approssimazione da una giustizia che, sebbene animata da buoni propositi, risponde con strumenti inadeguati.
Con la conseguenza che il legislatore, ora, oltre a riempire il vuoto normativo, dovrà anche riparare i danni causati dai giudici “paralegislatori”.

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