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Nomine, il punto è il merito

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Era già successo con altri leader e oggi lo spettacolo non è cambiato: anche solo esprimere una diversità di opinione con il neo-premier si rischia di essere accusati di conservatorismo, di remare contro le riforme, quasi lesa maestà. Ma a chi davvero spera che Renzi possa essere il detonatore della politica italiana non può essere chiesto di fare il servo sciocco: il numero dei consenzienti “a prescindere” è in progressivo aumento, e non sarà da loro che verrà un contributo costruttivo, talora scomodo eppure leale, al rinnovamento che l’ex sindaco vuole attuare.

Si dice che la vera partita del nuovo Governo saranno le nomine ai vertici delle principali aziende pubbliche. Di sicuro sarà una partita importante e proprio per questo non può esaurirsi in un “cambio di stagione” generazionale e di genere. Non avere più i cosiddetti “mandarini di Stato” ai posti di comando sarà sicuramente un buon segnale a prescindere da chi li sostituirà, ma il volto nuovo, magari giovane e femminile, non può bastare come garanzia di un reale cambiamento.

La svolta può essere solamente una: una selezione del merito totalmente trasparente. Non basta scegliere un bravo candidato: il punto è perché lui, o lei, e non un altro o un’altra? Un Paese moderno stabilisce prima le regole di ingaggio, rende pubblici e dettagliati i requisiti richiesti e poi consente a tutti non solo di candidarsi, ma di poter effettivamente essere selezionati. Scontato? Non sembrerebbe, se la contiguità al premier sembra continuare a essere un titolo imprescindibile, ma di sicuro non migliore dell’appartenenza a questa o quella cordata.

Da questo punto di vista, è vero che la partita nomine può essere la più importante del Governo: dimostri di essere estraneo alle logiche di palazzo, spazzando via anche solo la tentazione di ricorrere a quella sorta di casting che intraprese Veltroni, anche lui al culmine di popolarità, e che non lo portò affatto lontano.

Non serve limitarsi a pubblicare i curriculum dei candidati per assolvere all’obbligo normativo dell’integrità e della trasparenza. Premiare il merito non vuole dire semplicemente scegliere un curriculum di valore, ma dare a tutti quelli che lo presentano la chance non tanto di candidarsi quanto, soprattutto, di essere scelti con le stesse probabilità degli altri candidati di arrivare primi. Dopo di che, resta ferma la responsabilità politica della scelta finale, come avviene in tutte le democrazie funzionanti, a condizione che venga rendicontato con chiarezza il criterio usato per la scelta stessa.

Il Governo abbia il coraggio di dimostrare che l’indipendenza intellettuale di un candidato non è più un ostacolo, ma una dote in vista della selezione della nuova classe dirigente, a qualunque livello. Questa sì sarà un rivoluzione.

pubblicato su Europa Quotidiano, 14.4.2014

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