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Renzi, il jolly e i numeri uno

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Nonostante le critiche taglienti o le semplici perplessità è nato il governo Renzi. Definirlo “Renzi 1”, come qualcuno ha fatto, non suona augurale, non tanto per lui, quanto per il Paese.

Per il momento, l’opinione pubblica sembra approcciarsi a Renzi come ha fatto con Berlusconi: amandolo o odiandolo, tertium non datur. Sarebbe ora, invece, che cambiassero non solo i politici, ma anche i cittadini, smettendo i panni delle tifoserie per assumere quelli più faticosi e responsabili di chi sta ai fatti, belli o brutti che possano sembrare.

La dote che più risalta del nuovo premier è l’audacia. Né coraggio né sfrontatezza: l’ex sindaco non è tipo da buttarsi allo sbaraglio, come la sua storia dimostra. Guadagna posizioni in modo anche tattico, se serve: se sta coperto –  e lo è stato molte volte nella sua carriera politica – lo fa solo per aspettare il momento giusto per uscire.  La sua velocità sta qui: nel capire prima degli altri quando è il momento di osare e nell’osare di più di chiunque altro all’interno della classe dirigente cui, volente o nolente, appartiene.

Il bersaglio per Renzi è sempre stato quello di arrivare dove è arrivato oggi: lavora per questo almeno da quando era alla presidenza della provincia di Firenze. È per arrivare lì che non ha disdegnato alleanze tattiche, talora anche indigeste, che, però, ha saputo intelligentemente accompagnare con attacchi mediatici frontali ad altri esponenti di quello stesso gruppo dirigente con cui scendeva a patti.

È evidente che molte delle battaglie di Renzi si intersecano con quelle di Grillo, ma a differenza di quest’ultimo il primo non si è mai completamente staccato da quella classe politica cui, pure, non risparmia critiche feroci. Grillo parla solo col popolo, Renzi parla al popolo ma sapendo che deve trattare anche con Verdini. E lo fa senza troppi scrupoli.

Dire solo che Renzi è giovane e veloce, perciò, significherebbe fargli un torto: in realtà, è un politico navigato e capace, che sa bene che non basta avere buone idee senza avere il ruolo giusto per attuarle. Oggi quel ruolo ce l’ha. Ma deve fare molta attenzione: lui per primo sa bene che il “come” è arrivato a Palazzo Chigi resterà un dettaglio tutt’altro che irrilevante.

In altre parole, il suo jolly il neopremier l’ha giocato e non ne avrà altri. Perciò, non può sbagliare, deve fare quanto ha detto e stavolta non gli basterà essere un “numero uno”: avrà bisogno di una squadra di “numeri uno”, non necessariamente con incarichi ministeriali, ma comunque al suo fianco, anche nell’ombra, a sostenerlo nel difficile compito di governare.

 

pubblicato su Europaquotidiano.it il 28/2/14

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