Open/Close Menu

La Class Action, Caponi

VERSO LA DETERMINAZIONE GIUDIZIALE DELL’OGGETTO DEL GIUDICATO

di Remo Caponi, Ordinario dell’Università di Firenze

1. – Premessa
2. – Tesi e antitesi
3. – Oggetto del processo nell’orbita della fattispecie: difficoltà
4. – Oggetto del processo ad assetto variabile
5. – Limitazione del principio dispositivo: obiezione e replica
6. – Compromissione della terzietà del giudice: obiezione e replica
7. – Sintesi

1. – Nell’esperienza italiana, gli studiosi del processo civile at-tribuiscono una importanza fondamentale alla tempestiva indivi-duazione dell’oggetto del processo, perché ciò rileva ai fini dell’applicazione di una serie di istituti processuali, come la giuri-sdizione, la competenza, la litispendenza, ecc., e soprattutto ai fini della determinazione dell’oggetto del giudicato. Questa consapevo-lezza è imponente e conduce a cogliere in questa nozione una delle porte di accesso allo studio del processo di cognizione nel suo complesso ( ).
Non sorprende quindi che l’approfondimento di questo tema rivesta un ruolo centrale nella ricostruzione della disciplina dell’azione collettiva risarcitoria (art. 140 bis codice del consumo, non ancora efficace).

2. – Si contendono il campo fondamentalmente due tesi, che, con qualche semplificazione, possono essere ridotte fondamental-mente alla seguente contrapposizione.
Secondo una prima tesi, oggetto del processo e del giudicato sono i singoli crediti risarcitori e restitutori dei consumatori che aderiscono all’azione collettiva risarcitoria promossa dalla associa-zione o dal comitato, con possibilità – dipendente dallo stato degli atti – di ottenere anche una tutela di condanna.
Secondo l’altra tesi, oggetto del processo e del giudicato non sono mai i crediti risarcitori e restitutori degli aderenti, ma un qualcosa di meno. Diverso a seconda delle sfumature tra le varie tesi, il quid minus è tale da escludere in ogni caso la possibilità di ottenere una sentenza di condanna a vantaggio degli aderenti: l’an del diritto, la questione relativa alla illiceità della condotta pluriof-fensiva, la responsabilità risarcitoria o restitutoria dell’impresa o l’interesse collettivo dei consumatori e degli utenti.
La scelta tra l’una e l’altra tesi non è pregiudicata da ragioni di ordine costituzionale. In particolare, le tesi che vedono l’oggetto del processo e del giudicato nell’azione collettiva risarcitoria in un qualcosa di diverso da un diritto o comunque da una situazione soggettiva sostanziale non incontrano un ostacolo insuperabile nell’art. 24 Cost.
Come le altre garanzie costituzionali, l’art. 24 Cost. è esposto al bilanciamento con altri valori costituzionali. Invalicabile è solo il suo contenuto essenziale, che consiste nel dischiudere sempre la tutela giurisdizionale dei diritti attraverso un processo a cognizione piena ( ).
Ciò non esclude la possibilità di limitare l’oggetto del proces-so ad una questione comune ad una serie di cause, quando ciò sia lo strumento per conseguire economia processuale secondo il ca-none di proporzionalità ( ). Quest’ultimo può essere ambientato nell’esperienza processuale italiana come un risvolto del valore co-stituzionale della efficienza nella disciplina del processo, che si de-sume dall’affermazione della sua ragionevole durata (art. 111, 2° comma, Cost.).

3. – Per cercare di superare la contrapposizione fra le due te-si in tema di oggetto del processo, occorre rimettere in discussione lo stesso approccio con cui di solito i processualisti affrontano que-sti problemi, talvolta foriero di una difficile comunicazione con gli studiosi del diritto civile ( ).
Gli argomenti che animano la contrapposizione delle due tesi considerano l’oggetto del processo e del giudicato esclusivamente da un punto di vista strutturale. Essi considerano il problema ri-solto, sol che si identifichi con un sufficiente grado di precisione che cosa l’attore ha dedotto in giudizio: un diritto sostanziale o una mera questione? I due punti di vista contrapposti sono accomunati da una notevole astrazione. Entrambi si muovono sul piano della teoria della fattispecie, tanto che l’alternativa potrebbe essere così riformulata: oggetto del processo è un effetto giuridico o un ele-mento della fattispecie?
La statica ricostruzione dell’oggetto del processo entro la teo-ria della fattispecie incontra difficoltà ad inquadrare la concreta di-namica delle attività protettive o lesive degli interessi umani. Que-sta ricostruzione allontana frequentemente l’idea di oggetto del processo da quella realtà contingente e concreta che l’attore chiede hic et nunc di sottoporre a giudizio ( ).
In altri termini, se è importante sapere che cosa l’attore fa valere in giudizio, ancora più importante è sapere perché, come e quando lo fa valere. Non si tratta di una apertura indiscriminata verso la rilevanza dei motivi soggettivi e individuali alla base della iniziativa litigiosa, bensì di una apertura calibrata verso lo scopo oggettivo che, nella situazione concreta in cui si trova il soggetto, sorregge la sua azione giudiziale.
Una considerazione meramente strutturale, statica, rigida, atemporale dell’oggetto del processo, uno sforzo teso a rispondere solo alla domanda relativa al «che cosa» è dedotto in giudizio in termini di teoria della fattispecie, indipendentemente dalle condi-zioni fattuali e dalle aspettative dell’attore e del convenuto, perde il contatto con una realtà sostanziale dalle mille sfaccettature.
È difficile lasciare il «perché», il «come» e il «quando» inte-gralmente fuori dalla teoria dell’oggetto del processo.

4. – Quid iuris dal discorso svolto nei paragrafi precedenti in tema di oggetto del processo e del giudicato nell’azione collettiva ri-sarcitoria?
La prima conseguenza è quella di rinunciare a confrontare di nuovo pedissequamente gli argomenti a sostegno dell’una o dell’altra tesi sull’oggetto del processo, specialmente quelli che si fondano essenzialmente sulla lettura del testo dell’art. 140-bis. Si profila sotto i nostri occhi l’entrata in vigore di un’opera legislativa aperta, che rende plausibili tesi opposte.
Tale cornice normativa è in grado di recepire e offrire un fon-damento ad interpretazioni schiettamente orientate alle conse-guenze ( ). Il dibattito si può spostare dalla lettera della legge alla meritevolezza delle conseguenze che sulla base di quella piattafor-ma autoritativa intendiamo conseguire.
Due esempi applicativi, ovviamente senza pretesa di comple-tezza.
Primo esempio. L’illecito plurioffensivo consiste in un identi-co servizio erogato senza richiesta dal professionista ad una plura-lità di utenti. Per il servizio è stato corrisposto un identico corri-spettivo. Dall’accertamento della illiceità della condotta del conve-nuto scaturisce automaticamente la determinazione della somma da restituire.
È meritevole di essere sostenuta (e conforme alla garanzia costituzionale dell’effettività della tutela giurisdizionale) una inter-pretazione orientata alla conseguenza di offrire ai singoli aderenti all’azione un titolo esecutivo al termine del processo collettivo.
Secondo esempio. L’illecito plurioffensivo consiste nella pro-duzione e vendita di un prodotto nocivo per la salute umana. L’accertamento dell’an e del quantum del danno subito da ciascun consumatore dipende da un giudizio individualizzato, calibrato sul-le circostanze che hanno determinato il danno nel singolo caso.
È meritevole di essere sostenuta (e conforme al canone di ef-ficienza della giustizia civile) una interpretazione orientata alla conseguenza di escludere la possibilità di impegnare il processo collettivo nel giudizio individualizzato relativo ad uno o più dei di-ritti cumulati. Oggetto del processo e del giudicato è in questo caso limitato alla questione comune attinente all’illiceità della condotta dell’impresa convenuta.
Serve allo scopo una norma che consenta al giudice – in col-laborazione con le parti – di scegliere in concreto (in sede di giudi-zio di ammissibilità) almeno tra due modelli di oggetto del processo legislativamente predeterminati.

5. – Rispetto a quest’ultima soluzione, si prospetta una obie-zione: la scelta giudiziale tra modelli alternativi di oggetto del pro-cesso limita un aspetto fondamentale del principio dispositivo in senso sostanziale, cioè il dominio della autonomia delle parti, non solo nella determinazione dell’inizio e della fine del processo, ma anche del suo oggetto.
L’obiezione è seria e costringe ad una replica articolata. In-nanzitutto, vagliare l’incidenza del principio dispositivo nel proces-so civile non equivale a discettare dell’eterno ritorno dell’identico. Nel panorama europeo, l’incidenza del principio dispositivo non è identica nei vari ordinamenti. L’elemento in cui si registrano più sfaccettature è probabilmente proprio quello relativo alla delimita-zione dell’oggetto del processo e del giudicato. Si passa dalla ri-stretta soluzione tedesca, in cui l’oggetto del processo e del giudica-to è delimitato dalla richiesta della parte, individuata attraverso i fatti allegati, alla intermedia soluzione italiana, in cui la legge e non solo la volontà delle parti può contribuire alla delimitazione ogget-tiva del giudicato (art. 34 c.p.c.), per arrivare all’ampia soluzione inglese, che può precludere ogni nuova considerazione dei fatti og-getto della decisione giudiziale.
L’art. 34 c.p.c. consente una estensione dell’oggetto del pro-cesso alle questioni pregiudiziali (e quindi una limitazione dell’autonomia delle parti) dettata da ragioni di economia ed effi-cienza della tutela giurisdizionale, valutate in via generale ed a-stratta dal legislatore.
La soluzione proposta alla fine del paragrafo precedente con-sente una estensione (o anche una restrizione) dell’oggetto del pro-cesso collettivo risarcitorio dettata da ragioni di economia ed effi-cienza della tutela giurisdizionale, valutate in concreto dal giudice.
In entrambi i casi il principio dispositivo è limitato da ragioni attinenti alla funzionalità del processo, che nel secondo caso non sono certamente più deboli. Al contrario: il canone di proporzionali-tà nell’impiego delle risorse dell’amministrazione giudiziaria sugge-risce di configurare la disciplina delle cause seriali di massa all’esito di un bilanciamento di valori costituzionali, che colloca su un piatto della bilancia le garanzie costituzionali che sorreggono il modello tradizionale di tutela giurisdizionale dei diritti nel singolo processo, e sull’altro piatto l’efficienza dell’amministrazione della giustizia, che sorregge la tutela giurisdizionale dei diritti nell’insieme dei processi o in una classe di essi.

6. – Contro questo ragionamento si prospetta la seguente o-biezione finale: problematica non è tanto la limitazione del princi-pio dispositivo in sé, quanto il fatto che essa sia affidata all’apprezzamento e alla scelta del giudice nel caso concreto. Ciò metterebbe a repentaglio la garanzia costituzionale della terzietà e imparzialità del giudice.
Anche questa obiezione si espone ad una replica, che con-sente di confermare la soluzione proposta.
La previsione di un aumento di poteri del giudice è frequen-temente accompagnata dal rilievo critico che tale aumento mina o può minare la sua terzietà e imparzialità. Ciò è accaduto in partico-lare con la previsione dei poteri istruttori d’ufficio del giudice. Am-messo e non concesso che l’esercizio del potere di delimitare l’oggetto del processo (in dipendenza dal carattere semplice o com-plesso della controversia collettiva risarcitoria) paghi qualche legge-ro prezzo sul piano della imparzialità psicologica del giudice, nel quadro di quel bilanciamento di valori costituzionali cui deve ispi-rarsi la disciplina della tutela collettiva giurisdizionale, quel prezzo non sembra superiore a quello collegato all’esercizio dei poteri i-struttori d’ufficio.

7. – In sintesi, l’azione collettiva risarcitoria ha un oggetto ad assetto variabile e giudizialmente determinabile in concreto, in di-pendenza dal carattere semplice o complesso della controversia e quindi dallo scopo oggettivamente perseguibile  dalle parti.
Una conclusione che presuppone l’abbandono della rigida adesione all’idea che l’identificazione immutabile dell’oggetto del processo e del giudicato entro gli schemi della teoria della fattispe-cie costituisca quasi l’alfa e l’omega del processo civile.

© 2013 Fondazione Etica.
Top