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Chiamata agli imprenditori

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“Come valorizzare e promuovere le eccellenze italiane” è il titolo del 3° Italy Works, un incontro a porte chiuse tra imprenditori, politici, banchieri, organizzato da Kpmg, al quale Fondazione Etica è stata invitata a prendere parte. Si tratta di un progetto nato inizialmente per valorizzare il “marchio Italia” e diventato, nel tempo, una sorta di think tank per condividere esperienze, visioni, proposte a sostegno del Paese.

Un primo dato che è emerso dall’incontro riguarda la manifattura italiana: essa continua a costituire un’eccellenza nel mondo. Anche oggi, nonostante la crisi in atto, la dinamica del fatturato manifatturiero – nel complesso negativa – presenta aspetta positivi per quanto concerne la quota indirizzata all’export, segno di un costante apprezzamento internazionale, ma anche testimonianza del fatto che, pur in un panorama produttivo apparentemente depresso, resiste un “sistema imprese” capace di affrontare la crisi, semplicemente innovando, investendo in qualità e rendendo appetibili i propri prodotti nei mercati ove resiste la domanda di consumo.

Questo fenomeno, tuttavia, genera volumi poco apprezzabili, non adeguati a creare il volano di quella ripresa che ancora in Italia non si vede: il calo del Pil 2013 lo conferma anche per questo fine anno. Quali le soluzioni?

Occorrono sicuramente investimenti e, quindi, prioritariamente capitali disponibili. Un’opportunità può essere costituita dai fondi sovrani, investitori il cui patrimonio viene stimato nel 2011 in 4.300 miliardi di dollari – solo per i primi venti fondi – con 58 miliardi di nuovi investimenti nel 2012. Il punto è che si tratta di investitori che assumono decisioni di investimento per importi significativi, interessati a iniziative di un certo rilievo, in grado di reggere la competitività del mercato globale: requisiti che in Italia passano dalla preventiva rimozione di alcuni limiti.

Uno dei primi limiti su cui intervenire riguarda le caratteristiche del nostro sistema produttivo: (a) frammentazione del tessuto produttivo, rappresentato da una quota di imprese piccole, se non micro, che va ben oltre la media europea; (b) bassa capitalizzazione delle imprese e alta dipendenza dal credito bancario; c) ritrosia ad aprire il capitale a investitori esterni; d) mancanza di una visione imprenditoriale di medio periodo.

In tale contesto, sono almeno due i soggetti che possono aiutare a invertire positivamente la rotta: le banche, presenti capillarmente sui territori e in grado di supportare il processo di crescita delle imprese; le associazioni imprenditoriali, locali e nazionali, capaci di sviluppare un progetto comune più ampio con una regia condivisa e unitaria.

Ci sono poi altri strumenti, ancora troppo poco valorizzati in Italia. Uno è costituito dai “distretti industriali”, caratterizzati da concentrazione di piccole imprese con la stessa specializzazione produttiva, in aree contigue, creati con l’obiettivo di identificare aree di eccellenza produttiva o poli di sviluppo a elevato potenziale tecnologico, per i quali è prevista la definizione di politiche pubbliche di intervento. Un secondo strumento è dato dalle cosiddette “integrazioni di filiera”, un insieme articolato di imprese che gestisce la creazione, trasformazione, distribuzione e commercializzazione del prodotto finito. Si tratta di modalità che, variamente applicate, integrano diverse realtà generando un valore superiore alla somma dei singoli valori prodotti e attirando così investimenti importanti. Anche quelli dei fondi sovrani.

Tutto questo significa affrontare progetti complessi – è vero – ma è l’unica strada per creare le condizioni necessarie per convincere i grandi investitori, oltre ad altri due requisiti: visibilità e supporto pubblico. In proposito, il primo passo da fare è sradicare la pessima consuetudine italiana di sottovalutare l’effetto delle statistiche, molto consultate, invece, nello scenario internazionale. L’Italia eccelle in diversi campi – si pensi a quello del lusso, della meccanica, dell’alimentare, del turismo – e sarebbe vincente una strategia di sviluppo imprenditoriale finalizzata a far entrare l’Italia nei primi posti delle classifiche mondiali. Un esempio è il progetto di re-branding per Milano, lanciato di recente dalla Fondazione Altagamma: una “vetrina” della produzione creativa italiana, realizzato con Camera nazionale della moda, Cosmit e Assessorato al lavoro e sviluppo del Comune di Milano, che rappresenta un modello virtuoso di marketing territoriale con partnership pubblico-privata.

Questa, come altre iniziative esposte a Italy Works, dimostrano che non mancano, in Italia esempi positivi: il problema è che si tratta ancora di iniziative per lo più individuali, non inserite in un progetto organico di sviluppo del Paese. Difficoltà quotidiane, come quelle connesse al cuneo fiscale e al costo dell’energia, così come quelle infrastrutturali – tempi e costi burocratici, incertezza della giustizia, fiscalità elevata e non pianificabile – tolgono energie a interventi di più ampio respiro sia da parte privata che pubblica.

Qualcosa pare essersi mosso, di recente, nella giusta direzione: con il piano del Governo “Destinazione Italia”, la politica ha dimostrato di aver quanto meno preso consapevolezza dei problemi fin qui sommariamente ricordati: vi si legge, infatti, “attrarre investimenti esteri serve a rendere più forti le nostre imprese: perché ne accresce la forza innovativa, rafforza la capitalizzazione, ne amplia i mercati di sbocco”. Resta il dubbio, però, che si riesca davvero a passare dalle parole ai fatti.

Ecco perché è giusto e necessario chiamare a raccolta anche le classi dirigenti economiche e finanziarie del nostro Paese, affinché siano più attente alle strategie di lungo periodo, non solo corporativistiche bensì generali. In altri termini, per il bene comune. In attesa che i partiti tornino all’altezza dei loro compiti, agli imprenditori è richiesto di assumere un ruolo più diretto e attivo nella governance del Paese, anche come stimolo alla classe politica, senza il quale difficilmente potrà essere fermato il lento ma costante declino di cui siamo tutti testimoni.

© 2013 Fondazione Etica.
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