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L’Italia è un Paese periferico?

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Ho letto, pochi giorni fa, l’ultima relazione di Standard & Poor’s sul nostro Paese: l’agenzia si attende, a fine anno, una contrazione del PIL 2013 del 1,8%, in uno scenario di persistente rischio paese che grava sullo stato sovrano e quindi sulle imprese italiane. In generale, il quadro rimane difficile, sostiene l’agenzia, per i cosiddetti “paesi periferici”.

Il termine periferico mi disturba, fatico ad abituarmi ad una terminologia ormai correntemente utilizzata.

Fatico, ma penso di dovermene fare una ragione, specialmente dopo aver letto una recente ricerca, il cui contenuto mi ha convinto che il caratteristico scatto d’orgoglio – di cui l’Italia è stata capace in passato – questa volta non sarà sufficiente. Mi pare che la conclusione della ricerca possa essere sintetizzata dal grafico seguente:

Fonte: Italy’s Growth and decline, Emanuele Felice e Giovanni Vecchi, CEIS-Tor Vergata, ottobre 2013

 

I ricercatori hanno esaminato la dinamica del PIL pro-capite Italia (tasso di variazione annuo) dal periodo immediatamente successivo alla nascita del Regno d’Italia e l’hanno confrontata con quella di altri paesi per i quali hanno potuto trovare dati attendibili. Il grafico mi pare molto chiaro, almeno per ciò che concerne un passato a noi più vicino: dopo la fase espansiva del dopoguerra, di grande dinamismo, è iniziato un rallentamento che, più recentemente, sembra volgere a vero e proprio declino.

Ammettiamo pure  che il PIL sia un indicatore non esaustivo e quindi non adeguato a descrivere lo stato di salute del paziente. Peccato che Trasparency International rilevi un drastico peggioramento del corruption perception index, e la corruzione è uno dei più seri ostacoli allo sviluppo di un paese; e che L’Ocse abbia evidenziato (fine 1° trimestre 2013) come i “disoccupati di lungo periodo” siano oggi in Italia il 56,4% del totale, contro una media Ocse del 35,3%.

Se, quindi, sono più d’uno gli indicatori che descrivono scenari negativi persistenti, allora il fenomeno è strutturale, per cui l’ottimismo di maniera crea solo illusioni di breve periodo destinate a scontrarsi con la realtà, proprio come ritengo sia accaduto negli ultimi anni.

La soluzione? Se il problema è complesso, la soluzione non può essere semplice. Sto parlando di quegli interventi strutturali che le ultime tre legislature – compresa l’attuale – hanno dichiarato essere prioritari: rinnovamento dell’infrastruttura tecnico-legislativa di riferimento per imprese e lavoratori, lotta alla corruzione e rinnovamento di una classe politica che ha gestito l’insuccesso, riforme costituzionali.

Allo stato attuale dei fatti, posso solo sperare che le forze oggi in campo siano finalmente capaci di pianificare con una visione di lungo periodo. Mi chiedo peraltro se avranno anche la volontà e la forza di farlo e qualche dubbio a questo proposito resta.

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