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I cattolici contesi dalla politica

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Da troppo tempo chi non ha nulla da dire nello scenario politico italiano tenta di accaparrarsi il vessillo del cattolicesimo in politica. Come se bastasse dirsi cattolici per risultare credibili. Come se proprio nel dichiararsi cattolico, invece, non fosse insita la contraddizione di non esserlo, se non soltanto a parole. Il cattolico – in politica ma non solo – non ha bisogno di rivendicarsi come tale. Da cattolici si vive, in silenzio e nell’ombra. Senza ostentarsi come paladini autentici della fede. Un cattolico si riconosce dai comportamenti, non dalle dichiarazioni sui giornali. Anche e soprattutto in politica. Di sicuro, non ha nulla a che vedere con trame di palazzo e accordi segreti.

Dovrebbe trattarsi di precisazioni inutili e, invece, la miseria di certa classe politica italiana è tale da riproporre ciclicamente uno spettacolo impietoso: quello di un gareggiare affannoso tra reduci e debuttanti per occupare uno spazio politico che non esiste. O meglio, i cattolici in politica esistono, ma non sono tutti nella stessa area politica. Nè sono tutti moderati o di centro. Anzi.

Nei partiti, invece, pare di assistere a improvvise conversioni di massa di politici scopertisi “popolari” d’hoc, nella vana speranza di riuscire a radunare i voti dei cattolici sotto una stessa etichetta elettorale. Il fatto è che, a forza di stare chiusi nei palazzi, gli aspiranti “popolari” semplicemente non si sono accorti che i cattolici sono andati avanti. Molto avanti. Tanto che non sono più disposti a consegnare il proprio voto al primo partito che si spaccia come difensore di principi evangelici. La fiducia è una cosa seria, che nemmeno la carità cristiana consiglia di regalare a chi si spaccia platealmente per quello che non è.

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