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Il fortino espugnato della politica

E ora aspettiamoci un’inondazione di “grillologi”, esperti improvvisati di un fenomeno abbondantemente sottovalutato ma che poteva essere avvistato senza fatica da molto tempo. Quanto meno, da dopo le elezioni in Sicilia dell’ottobre scorso. Al contrario, una classe politica cieca e sorda non ha saputo nemmeno imparare dal precedente della Lega, le cui potenzialità elettorali vennero trascurate quando era ancora agli albori.

Stavolta il botto è anche più grande: il Movimento 5 Stelle, infatti, ha dimostrato di non essere una forza con una identità prettamente territoriale, ma un vero partito nazionale, che oscilla tra il 20 e il 30% sull’intero territorio nazionale.

La proporzione inconfutabile di quei numeri è riuscita a far ammettere a molti leader politici che il voto a Grillo non è più solo di protesta, ma anche di proposta. Certo, molti eletti del 5 Stelle possono sembrare non abbastanza preparati sui contenuti e sulle procedure parlamentari, ma a loro va il merito di aver incrinato rovinosamente una classe politica fatta ancora oggi da troppi dinosauri. Al contrario dei perfetti sconosciuti di Grillo, per il Pd e Pdl siederanno sugli scranni di Montecitorio gran parte dei soliti noti. Con qualche buona eccezione – ci mancherebbe – ma confinata nell’area dei non influenti. Viene da sorridere anche solo a immaginare le facce giovani e pulite dei cento Grillini accanto a quelle dei vari Letta, Verdini, Bindi, La Russa, Fioroni, Santanchè, Franceschini, Calderoli e troppi altri: in mezzo, a separare i due mondi, c’è la distanza non di una semplice generazione politica, ma di un’intera era geologica.

I 5 Stelle sono riusciti a scardinare il sistema partitico della Seconda Repubblica e se il risultato è l’ingovernabilità la colpa non è loro. Nella peggiore delle ipotesi, non potranno fare peggio di Pd e Pdl negli ultimi vent’anni.

L’Italia avrebbe avuto bisogno di un altro responso dalle urne? Sicuramente sì, ma chi aveva il potere di farlo non lo ha fatto, preferendo logiche di potere lontane anni luce dal sentire della gente. Gente che, quindi, ha deciso di votare Grillo non contro la politica, ma contro questo ceto politico e la sua arroganza: un fortino che sembrava inespugnabile prima che arrivasse il comico genovese.

Per riuscirci, ha sicuramente usato una buona dose di populismo, dall’antieuropeismo alla democrazia diretta, tutti temi che possono tornare utili per vincere ma non per governare bene un Paese. Tuttavia, non è per il populismo che molti hanno votato 5 Stelle, quanto per la totale sfiducia, ormai insofferenza, verso i gruppi dirigenti consolidati nell’uno come nell’altro polo. Che ancora resistono, è vero, ma che sanno di essere destinati a sparire alla prossima spallata elettorale se non si sbrigheranno a prendere provvedimenti seri, e non di semplice facciata.

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