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Il disagio del diritto

Negli ultimi anni il carattere sempre più multiculturale delle democrazie costituzionali ha sollecitato  nuove riflessioni dei giuristi e degli studiosi di filosofia del diritto e della politica sui temi della neutralità dello stato (liberale) rispetto al pluralismo dei valori, delle possibili tensioni tra libertà ed eguaglianza, del rapporto tra riconoscimento delle differenze culturali e tutela dei diritti fondamentali. In un contesto sociale e politico conflittuale, caratterizzato da una sempre più pervasiva etnicizzazione delle culture, la questione della rilevanza giuridica delle identità e delle differenze culturali si è riproposta e continua a riproporsi infatti con frequenza crescente in diversi ambiti giuridici, sia in sede di produzione del diritto sia al momento della sua applicazione, sollevando interrogativi ai quali talvolta è difficile dare una risposta univoca e condivisa.

Nasce da qui il “disagio del diritto” a cui è stato dedicato il convegno tenutosi il 29 novembre 2012 presso la sede bresciana della Fondazione Etica. A discutere del tema, Barbara Randazzo, professore associato di istituzioni di diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Milano, Fabio Basile, professore associato di diritto penale presso l’Università degli Studi di Milano, e Daniele Maffeis, professore ordinario di diritto privato presso l’Università degli Studi di Brescia. Ad arricchire il dibattito di ulteriori spunti di riflessione hanno contribuito le considerazioni introduttive di Aurelio Gentili, professore ordinario di istituzioni di diritto privato presso l’Università di Roma Tre, e le riflessioni conclusive del presidente del comitato scientifico di Fondazione Etica, Valerio Onida, già Presidente emerito della Corte costituzionale.

I relatori hanno affrontato le diverse questioni oggetto di indagine con lo sguardo pragmatico del giurista, proponendo analisi puntuali di alcuni dei problemi concreti con cui gli operatori del diritto sono chiamati a confrontarsi e degli strumenti giuridici a loro disposizione per (tentare di) risolverli.

Prendendo a riferimento soprattutto la situazione italiana, i diversi interventi hanno messo in evidenza la tendenza ad una ridefinizione della dialettica tra funzione legislativa e funzione giurisdizionale che vede sempre più spesso i giudici (nazionali ma non solo) svolgere un ruolo da protagonisti nella risoluzione dei conflitti legati al rispetto delle differenze culturali, in un contesto giuridico (inter)nazionale caratterizzato da forme sempre più complesse di pluralismo giuridico e istituzionale.

Due, in particolare, le principali fonti del pluralismo giuridico e istituzionale di cui si è discusso durante il convegno.

La prima, è costituita dal moltiplicarsi di fonti del diritto internazionale, sovranazionale e regionale che si intrecciano in modo sempre più fitto e inestricabile con quelle del diritto statale, condizionando significativamente la funzione e i limiti del riconoscimento delle differenze culturali. Accade così che, come ha puntualizzato Daniele Maffeis, la (ir)rilevanza delle qualità personali (culturalmente connotate) nella contrattazione civilistica sia condizionata al rispetto delle norme di diritto antidiscriminatorio dell’Unione europea; o che, come ha ricordato Barbara Randazzo, la questione della (il)legittimità dell’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane, sia decisa a livello giudiziale dalla Corte europea dei diritti dell’uomo sulla base della Cedu.

La seconda fonte di pluralismo giuridico e istituzionale presa in esame durante il convegno è rappresentata dall’affermarsi di istanze di riconoscimento delle differenze che, sollevando il problema del rispetto di tradizioni, pratiche e costumi in cui si riconoscono persone di culture differenti (soprattutto immigrati, ma non solo), sollecitano una problematizzazione del carattere culturalmente connotato del diritto statale. Il diritto penale, come ha sottolineato Fabio Basile, è un ottimo esempio di quanto le norme giuridiche siano espressione di valori e di paradigmi di comportamento culturali. Così, il fatto che la stessa condotta possa costituire reato in un ordinamento giuridico ed essere invece lecita in un ordinamento giuridico differente ha suscitato crescente attenzione nella dottrina giuspenalistica per la questione degli eventuali condizionamenti culturali che possono aver influito sulla condotta penalmente illecita dell’imputato. Ma l’influenza della cultura è una caratteristica “strutturale” dei processi di formulazione e interpretazione delle norme giuridiche che non riguarda soltanto il diritto penale, e della quale occorre tener conto al fine di scongiurare il rischio, paventato da Aurelio Gentili nelle proprie considerazioni introduttive, che il diritto statale si configuri di fatto, a dispetto della sua pretesa neutralità, come “diritto della maggioranza”.

Tenere conto del carattere culturalmente connotato del diritto (statale) non significa, tuttavia, abdicare ad un relativismo culturale che delegittimi una concezione universalista dei diritti fondamentali sanciti a livello costituzionale e internazionale. Significa, piuttosto, riaffermare il carattere pluralista della cultura dei diritti fondamentali, valorizzandone le potenzialità inclusive attraverso un’interpretazione delle norme giuridiche il più possibile libera da pregiudizi e condizionamenti culturali. E ancora, significa, come ha sollecitato a fare Valerio Onida nelle proprie considerazioni conclusive, esercitarsi nella ricerca costante di un equilibrio che garantisca, caso per caso, il massimo rispetto delle differenze (culturali) compatibile con la tutela dei diritti fondamentali di ciascun individuo.

© 2013 Fondazione Etica.
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