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Le regole vengono prima del consenso?

In tanti aspettavano i risultati delle primarie. Non solo nel centrosinistra.

Sino a quel momento, molti sono rimasti coperti, un passo avanti e due indietro, altalenando in attesa che il campo di gioco si definisse. Sicuramente sulla legge elettorale, ma ancor più sul candidato premier dell’area che ruota intorno al Pd.

Francamente, non poteva che essere Bersani. Non perché era il migliore e neanche perché era l’”usato sicuro”, ma perché le regole delle primarie erano state costruite per questo obiettivo. “Le regole vengono prima del consenso”, aveva detto più volte il segretario Pd. Lui intendeva probabilmente un’altra cosa, ma effettivamente è così: sono le regole a dare la forma al consenso. Certo, non sono tutto, ma hanno il potere di incanalare il voto in una direzione o nell’altra, stabilendo, ad esempio, la platea degli aventi diritto al voto. Il tema non è affascinante, non lo è mai stato, neppure in occasione della nascita del Pd nel 2007. Ma conviene prestarvi attenzione per capire davvero l’esito del voto di queste come delle precedenti primarie.

Questo è stato il principale errore di Renzi: aver sottovalutato le regole. Ha, sì, sollevato qualche polverone ogni tanto, ma senza mai andare sino in fondo, e soprattutto “fidandosi del segretario”.

Solo che Bersani qui c’entrava poco o nulla: lui aveva già fatto uno strappo all’interno dei vertici Pd nel momento in cui aveva deciso di accettare di sottoporsi a primarie. Di più era difficile che l’apparato gli concedesse.

Le regole, perciò, le hanno decise i vari big del partito, quelli che sostengono Bersani non perché lo ritengono il candidato ideale per vincere in primavera, ma perché è quello che più li garantisce. Il muro, insomma, lo hanno alzato altri, nel Pd, molto più del segretario, utilizzando le regole come armi.

Diciamo la verità: nessuno, neanche nel Pd, ci ha mai creduto che eserciti di infiltrati potessero inquinare l’esito del voto. Non era successo per Prodi, né per Veltroni: perché doveva succedere adesso? Si dirà che stavolta erano troppe le dichiarazioni di esponenti del centrodestra a favore del Sindaco di Firenze. Col senno di poi, verrebbe da pensare che non erano state casuali: Renzi, infatti, avrebbe potuto danneggiare anche gli aspiranti premier di quell’area. I dati, comunque, hanno dimostrato che gli elettori del centrodestra non sono andati a votare Renzi, e certo l’obbligo di registrarsi e di firmare una dichiarazione di sostegno al centrosinistra sono stati deterrenti forti, come in effetti si voleva che fossero.

Stando così le cose, non c’è da stupirsi dello stacco percentuale tra il segretario e il sindaco, di cui, invece, hanno  esaltato le proporzioni alcuni illustri editorialisti. Francamente, il risultato di 60 a 40 è semplicemente la somma del tutti contro Renzi. Che è riuscito a mantenere una percentuale importante, insufficiente per vincere, ma sua. Interamente sua. A differenza di Bersani, che ha ottenuto i voti dei tre contendenti sconfitti al primo turno.

Insomma, tutto come previsto da copione: le regole sono state progettate per costruire questo risultato e l’unico imprevisto è stato il buon 40% di Renzi, che si è battuto come un “ragazzetto”, sì, ma solo per il coraggio, l’entusiasmo e la determinazione. Se il Pd ora è più forte, molto lo deve a lui. Bersani saprà tenerne conto, ma l’apparato dietro di lui?

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