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Ancora 4 anni per Obama…e per il resto del mondo?

Obama ha vinto e convinto e trascorrerà ancora 4 anni alla Casa Bianca. Cosa cambia per l’America e per il resto del mondo nel prossimo mandato del Presidente? Le urgenze in materia economica e politica non mancano. Se ne discute già a Washington ma anche nelle altre capitali: a Pechino, Mosca, Gerusalemme e Bruxelles.

Cominciamo dalla patria di Hamilton e Lincoln. Il programma di Obama per i prossimi quattro anni si sostanzia in tre parole d’ordine: economia, economia e…economia! Si tratta di scongiurare, di qui a gennaio, il pericolo del fiscal cliff, di quel “precipizio fiscale” che condurrebbe qualsiasi governo americano – presente e futuro – a tagliare automaticamente il bilancio pubblico ed aumentare le tasse, senza se e senza ma. Solo un accordo con il Congresso può scongiurare questa prospettiva, che le agenzie di rating hanno già stigmatizzato con la minaccia di un taglio della tripla A per gli States.

Obama ha per il momento vinto nonostante l’economia. I dati su una parziale ripresa americana sono fragili e incerti e configurano comunque lo scenario di una jobless recovery, nonostante i lunghi proclami sul salvataggio dell’industria dell’auto in America, che evidentemente da sola non basta a sostenere la base produttiva del paese. Obama dovrà superare innanzitutto i limiti di un Congresso diviso a metà, con due maggioranze diverse alle due Camere. I Repubblicani daranno battaglia, come hanno già fatto, sui temi più caldi – dal bilancio della difesa alla riforma sanitaria – ma non potranno non tener conto della vittoria di consenso popolare, prima ancora che di grandi elettori, di Obama. Di certo tra quattro anni i Repubblicani vorranno vincere e questo pone loro un dilemma fondamentale: inasprire la polarizzazione o favorire il dialogo e la condivisione.

Le dichiarazioni a caldo di Mitt Romney, il quale, ammessa la sconfitta, ha chiamato Obama per congratularsi ed augurare a lui e al suo staff buon lavoro, non fanno necessariamente sperare in un percorso meno accidentato per il Presidente e per le sue leggi in Parlamento. Il voto dello scorso martedì ha reso nitidamente un’immagine dell’America le cui linee di frattura stanno rapidamente cambiamento: razza, religione e età contano sempre di più per disegnare l’identikit dei futuri Presidenti americani. Nell’ultimo decennio, ci informa il Census Bureau americano, la popolazione dei bianchi anglosassoni (WASP) è cresciuto del 5,7%, quella degli Afro-americani del 12,5%, quella dei Latinos del 40% e quella asiatica del 43,3%. Ma, ancor di più, queste elezioni dicono un’altra cosa: che i colletti bianchi e quelli blu della Rust belt hanno voglia di poche promesse e di qualche fatto concreto in più. Hanno voglia cioè di occuparsi meno degli equilibri mondiali, provando piuttosto a dare un colpo di reni per uscire dalle secche di una crisi già troppo dolorosa. Questo obiettivo si potrà ottenere in due modi: ristrutturando l’enorme debito interno – possibilmente non alzando le tasse – e rimettendo in moto i consumi. In entrambi i casi, serve una capacità raffinata di cucitura diplomatica, di dialogo e di persuasione che, evidentemente, Obama ha dimostrato di avere. Insomma, perso quell’elemento di “speranza” che ha caratterizzato la prima campagna elettorale del Presidente, questa seconda è stata improntata al pragmatismo e alla parola d’ordine “finiamo il lavoro iniziato”.

Se e quando Obama avrà superato lo scoglio imminente del fiscal cliff, sarà riuscito a rimettere sui giusti binari l’economia americana e avrà rilanciato consumi e occupazione, allora potrà dare una sbirciatina anche ai fatti del mondo. Lo farà senza avere più al suo fianco Hillary Clinton, che per i prossimi 4 anni godrà di un riposo operoso, magari per allenarsi per una corsa alla Casa Bianca nel 2016.

Il prossimo Segretario di Stato avrà sostanzialmente due ossessioni – e mezzo: la Cina e la sua ascesa, l’Iran e la sua atomica e, se proprio l’economia mondiale rimarrà asfittica, l’Europa e la sua crisi.

E’ normale, quindi, che a Pechino come nelle altre capitali si guardi con attenzione alle premesse e agli sviluppi di questo secondo mandato di Obama. Nel chiuso delle stanze della Città Proibita si celebra in queste ore un cruciale Congresso del Partito comunista cinese. La prossima generazione dei principini – leader avrà un ruolo fondamentale per determinare se i piedi del gigante asiatico sono di argilla o di una lega metallica più resistente. La questione appassiona molti. Sia a Pechino, dove c’è in ballo la capacità cinese di crescere diffondendo benessere e pace sociale all’interno; sia a Washington, dove per portare a termine il processo di ristrutturazione del debito occorre chiamare anche un numero di telefono cinese, che oggi detiene quasi il 10% dei T-bond a stelle e strisce. Qualcuno ha scritto che la vittoria di Obama è una buona notizia per la Cina. Non necessariamente è così; almeno fino a quando non saremo certi che si può crescere assieme senza bisogno di scatenare conflitti di ogni natura. In passato purtroppo non è stato così.

Lo sanno bene anche a Bruxelles, pur in quel senso di frustrazione derivante dall’assenza del tema europeo dal dibattito politico che ha preceduto le elezioni in America o da quella malcelata indifferenza verso le battute dello sfidante Repubblicano sulla politica economica del Presidente – suscettibile, a suo avviso, di ridurre l’America come la Grecia, la Spagna o…l’Italia.

Si ha l’impressione che, vista da Washington, l’Europa rischi di essere sempre più marginale, se non per una nuova emergenza come quella preconizzata da alcuni economisti che vedono un’uscita della Grecia dall’euro nei prossimi sei mesi. Ci auguriamo che così non sia e che la rielezione di Obama dia slancio ad un asse transatlantico che può ancora dire la sua sui destini dell’economia e della politica mondiale. Forse aveva ragione Roosevelt nell’affermare che il Pacifico sarebbe diventato “il Mediterraneo del futuro” ma questo non significa che, per la complessità dei fatti del pianeta, non ci sia spazio per due Mediterranei, con funzioni e dinamiche diverse.

Ultima nota a margine per il nostro Paese. L’Italia non è l’America – e questo è piuttosto chiaro a tutti. Qualsiasi lezione che si voglia trarre dalla Election night a stelle e strisce per portarla nel nostro paese sarebbe semplicemente grottesca. Una cosa però la si può dire a chi si occupa di strategie elettorali e di sistemi politici comparati: attenzione al mito del Presidenzialismo che tutto risolve e tutto cambia. L’uomo più potente della Terra dovrà comunque lottare con le resistenze di un Parlamento diviso, fortemente polarizzato e impegnato già a pensare a come rovesciare gli equilibri nel 2016. Senza un accordo nel Parlamento nemmeno Barack Obama potrà fare – o concludere – le riforme che ha in mente. Fatelo sapere a chi crede che investendo un sol uomo al comando la politica venga relegata al rango di attività notarile.

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