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Elezioni, l’inutilità delle parole

È successo. Con le elezioni in Sicilia si è verificato tutto quello che da tempo era ampiamente prevedibile nella politica italiana: astensionismo in aumento; crollo dei partiti tradizionali; affermazione del Movimento 5 Stelle.

Che c’è da dire di nuovo in proposito che non fosse già stato detto in primavera in occasione della tornata delle amministrative? Forse che sia andato a votare meno della metà degli aventi diritto? Per quanto enfatizzato dai media, no, neanche questo è nuovo come dato, ma solo la naturale evoluzione di una tendenza evidente già da tempo.

Il dettaglio dei risultati siciliani è persino più impietoso, ma neanche questo costituisce una sorpresa: la perdita di voti in termini assoluti da parte dei partiti è stata, in alcuni casi, più di un crollo verticale. Ma anche questo altro non è se non l’inevitabile effetto valanga di un deterioramento dei partiti già ampiamente commentato e analizzato. Non in primavera, ma molto più indietro nel tempo.

Suonano inutili, allora, i fiumi di commenti di questi giorni, che poco o nulla aggiungono ad un quadro politico fin troppo chiaro, e per questo ci siamo sottratti volentieri alla corsa all’analisi più originale.

Quanto accaduto in Sicilia merita soltanto il silenzio. Un silenzio agghiacciante da parte dell’intero Paese, sperando che almeno di fronte ad esso i partiti si rendano conto del vuoto che si sono creati intorno.

Non vale la pena fare loro altre raccomandazioni, né lanciare appelli o ultimatum: tutti i partiti –chi più chi meno, ma purtroppo tutti indistintamente – sono andati fuori tempo massimo, sordi ai mille segnali di questi mesi e anni.

Adesso devono fare da soli. Se mai ne saranno capaci, smettano di litigare sulle sfumature dei numeri da piegare a proprio favore e facciano l’unica cosa che possono fare: cambiare. Completamente.

Come? Iniziando con l’approvare una legge elettorale degna di questo nome, anziché l’ennesima furberia per imbrogliare i pochi cittadini che ancora non si sono rassegnati all’astensione. E poi azzerando l’intera classe politica da mandare in Parlamento, con la presentazione di liste capaci di far tornare a votare la gente.

Sarebbe già tantissimo se i partiti facessero almeno questo, ma ragionevolmente non c’è nulla che porti a sperarlo.

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