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Peggio la “casta” o il salotto “buono” della finanza?

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Perché i giornali continuano a riempire le pagine con gli scandali politici e le malefatte della casta ma lasciano alle questioni finanziarie ed economiche pochi e scarni articoli, quasi mai in risalto e generalmente con un linguaggio da addetti ai lavori?

Perché non usano gli stessi toni a tinte forti quando parlano di Mediobanca come di Intesa, di Generali come di Consob? Perché non ci raccontano la fusione Fonsai-Unipol, la situazione dei conti Telecom, la nuova stagioni di grandi acquisizioni di Cassa Depositi e Prestiti, la partita delle nomine nelle Authority, con lo stesso linguaggio semplice e la stessa dovizia di particolari e retroscena con cui ci inondano riguardo ai Fiorito o ai Daccò?

Per carità, l’apparenza è salva: gli articoli sui quotidiani ci sono, ma a pagina 20 o 30, con titoli generalmente asettici che invitano il lettore a voltare pagina con la convinzione che tanto si tratti di notizie burocratiche, quasi comunicati di agenzia per pochi tecnici.

Questa moda mediatica non è casuale, dato che le maggiori testate sono di proprietà, diretta o indiretta, proprio di quelle banche, imprese e grand commis, che preferiscono passare inosservati. E se poi qualche scandalo non riescono proprio a trattenerlo,  sanno comunque come attutirne il clamore: alzando quello della politica, che, da parte sua, non manca mai di fornire materia prima per il gossip più rumoroso.

Non ci resta che affidarci alla Gabanelli, che, imperterrita, continua a sfornare dati e fatti di una gravità inaudita, i quali dimostrano ogni volta la stessa scomoda verità: i danni peggiori ai cittadini vengono spesso da un club finanziario e economico autoreferenziale, escludente e intoccabile. Ne sa qualcosa Zingales, quando nei giorni scorsi ha posto domande scomode a Bazoli, oltretutto in pubblico: il fatto è passato sotto traccia per il grande pubblico, che probabilmente non conosce nè l’uno nè l’altro, mentre rappresentano bene lo scontro in atto tra due modi di intendere il mondo. E non solo nella finanza.

Ad ogni modo, non è questione di questo o quel nome, né del singolo caso: è proprio un sistema che tiene sotto scacco l’Italia e di fronte al quale i politici appaiono come semplici comparse. Chi si sente, ad esempio, di spiegare qualcosa ai piccoli azionisti di Fonsai, i tanti che con fatica hanno messo da parte i 20/30mila euro e li hanno investiti, contenti, in una grande azienda assicurativa per poi ritrovarsi in tasca, ora, non più del 10/20% di quel valore? Chi aveva il compito di tutelarli e non lo ha fatto? Chi li ripaga ora?

Di sicuro, i Fiorito e i Daccò qui c’entrano poco.

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