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La fatica e il coraggio

Si fatica a riprendere il filo del discorso dopo la pausa estiva. Si fatica perché ci ritroviamo con lo stesso Paese, gli stessi problemi, le stesse facce in tv a parlarne. Come se, qualunque cosa fosse successa nei mesi passati, non fosse stata poi così drammatica da imporre il rovesciamento di equilibri stagnanti o almeno un cambio di rotta nel pensiero dominante.

Sì, è vero, c’è il governo “tecnico”, ma pare essere questa la sola vera differenza rispetto al passato: per il resto, i partiti hanno ripreso a insultarsi e i giornali a disquisire del nulla. Mentre imprese e famiglie affondano.

In queste condizioni, diventa difficile, persino eroico, ritrovare energie per tornare a sperare, per riprendere il proprio lavoro – quando c’è – pensando di poter dare il proprio piccolo, modestissimo, contributo per uscire da una crisi che è politica e culturale prima ancora che economica.

Ma è proprio questo senso di estraneità e di stanchezza nel reinteressarsi alle beghe nostrane che rende ancor più indispensabile il contributo di ognuno, piccolo o grande che sia. Perché è in quel rialzarsi demotivati e stanchi, in quel non voler allargare le braccia in segno di rassegnazione, che sta il motore di ogni cambiamento.

Può suonare retorico dirlo, dopo che, in questo Paese, abbiamo abusato di parole e logorato valori, fino a svuotarli e a non credere più a niente. E tuttavia non ci saranno scorciatoie: il cambiamento passerà dal coraggio ma ancor più da quella dote ingrata che è la fatica. Anche nel non smettere di sperare.

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