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Le amministrative italiane tra lezione francese e pericolo greco

Le ultime elezioni comunali rappresentano un vero e proprio terremoto per l’intero sistema politico italiano e, trattandosi dell’ultima prova elettorale prima delle fondamentali politiche del 2013, non possono essere sottovalutate.
La portata dei cambiamenti introdotti da queste elezioni amministrative è tale da rendere assai plausibile la similitudine con un altro momento storico foriero di trasformazioni tanto repentine quanto capaci di segnare un punto di non ritorno per la vita politica italiana: il 1993. Sono passati quasi vent’anni ma le coincidenze sono moltissime. Allora, proprio come oggi, il paese viveva una difficilissima crisi economica e finanziaria legata alla speculazione sul nostro enorme debito pubblico. Allora, proprio come oggi, per risolvere la crisi si era insediato un governo tecnico (ieri Ciampi, oggi Monti), mentre i partiti erano colpiti dalle inchieste giudiziarie che scoperchiavano la corruzione diffusa del sistema (ieri Tangentopoli, oggi gli scandali legati ai rimborsi elettorali). Ma, soprattutto, il 1993, come il 2012, fu un anno cruciale dal punto di vista elettorale: si svolsero le prime comunali con l’elezione diretta dei sindaci e l’anno dopo si sarebbe votato alle politiche, proprio come oggi. In quella tornata amministrativa il sistema di potere legato al pentapartito che aveva governato a partire dalla fine del compromesso storico (1979) venne pesantemente sanzionato dal corpo elettorale: la Dc subì un vertiginoso crollo e i suoi candidati non riuscirono nemmeno ad arrivare al ballottaggio in tutte le principali città: la sinistra conquistò Torino, Palermo, Catania, Venezia, Genova, Roma e Napoli (in questi ultimi due casi vinse al ballottaggio contro esponenti del Msi), mentre la Lega conquistò Milano. La settimana scorsa è avvenuto qualcosa di molto simile: lo schieramento di centrodestra che ha governato il paese quasi ininterrottamente nell’ultimo decennio ha subito una massiccia fuoriuscita di consensi (nei 26 capoluoghi al voto la Lega è passata dal 6,4% delle politiche al 2,7%, mentre il Pdl dal 37,6% all’11,6%, che diventa 20,1% se consideriamo tutta la galassia di liste civiche e partiti locali ad esso legati). Non solo, ma il Pdl, fino a poco tempo fa attore dominante del sistema, proprio come la Dc del ’93, sembra a rischio estinzione: non arriva nemmeno al ballottaggio nelle 5 maggiori città al voto (Palermo, Genova, Verona, Taranto e Parma), nel Nord è ridotto a percentuali ad una sola cifra, mentre nel Sud, sempre più lento a recepire i cambiamenti elettorali in corso, tiene botta, ma subisce una clamorosa batosta nella ex “città più azzurra d’Italia”, la Palermo che fu culla del berlusconismo e laboratorio del 61-0 nei collegi del 2001, e che oggi vede il trionfo di Orlando, altra coincidenza con il 1993. A raccogliere il successo sulle macerie del centrodestra c’è un centrosinistra che pure arretra leggermente ma farà il pieno di sindaci sfruttando il vuoto nel campo moderato, analogo a quello creatosi nel 1993  poi riempito dalla discesa in campo di Berlusconi. E qui le similitudini con quel momento storico finiscono. Non solo perché non è affatto chiaro chi potrà colmare il vuoto creatosi nel centrodestra, e non sembrano esserci “salvatori della patria” all’orizzonte (tranne, forse, la remota ipotesi Montezemolo), ma anche perché rispetto al 1993 è cambiata la forma di espressione del malcontento popolare: all’ora si votava per partiti “antisistema” come il Msi e la Lega, oggi solo una piccola quota sceglie Grillo (che ottiene il ballottaggio a Parma e lo sfiora a Genova) mentre la maggior parte esprime la propria delusione rimanendo a casa (l’astensione nei 26 comuni capoluogo è cresciuta di oltre 8 punti rispetto al 2007) e questo elemento di apatia rallenta i cambiamenti in atto e favorisce l’immobilismo del sistema.
A meno di un anno dalle elezioni politiche ci troviamo dunque con un sistema partitico frammentato, instabile e multipolare: gli attori partitici sono sempre di più  (e sempre più piccoli) e corrono da soli, le coalizioni sono venute meno e con esso il bipolarismo che, con pregi e difetti, durava dal 1994. In questo contesto, l’introduzione di una legge elettorale proporzionale come quella allo studio nel progetto “ABC” produrrebbe seri problemi di stabilità e rischierebbe di farci fare la fine della Grecia. E non da un punto di vista economico, ma politico. La settimana scorsa si è infatti votato per il rinnovo del Parlamento greco: il disastro economico e il rischio default hanno sovvertito i rapporti di forza consolidatisi a partire dal ritorno della democrazia negli anni ’70. Nonostante un sistema elettorale assai più selettivo di quello che verrebbe introdotto in Italia (un proporzionale con piccole circoscrizioni e premio al primo partito di 50 seggi su 300) i due grandi partiti ND e Pasok sono passati dal 77 al 34%, a beneficio delle forze radicali di sinistra (vi sono ben tre partiti a sinistra del Pasok) e di destra (tra cui i neo-nazisti di “Alba dorata”), con la conseguenza che formare un governo è divenuto impossibile e forse si andrà a nuove elezioni.
Per evitare di finire in una situazione di ingovernabilità come in Grecia l’Italia ha bisogno di un sistema elettorale che permetta l’espressione di tutte le opinioni, anche le più radicali, ma che allo stesso tempo sia poi in grado di trasformare l’iniziale frammentazione, canalizzandola nel sostegno ad una delle due alternative principali. Il sistema, forse l’unico, che garantisce tutto questo è il maggioritario a doppio turno. Lo abbiamo visto nelle elezioni francesi di qualche settimana fa. Dal punto di vista della frammentazione i francesi sono messi male almeno quanto noi: nessun partito raggiunge il 30% dei voti e, al primo turno delle presidenziali, la somma dei voti di Hollande e Sarkozy arrivava appena al 55%. Sommando a questi anche il 9% di Bayrou rimaneva comunque un corposo 36% dei voti che si incanalava verso alternative estreme: la sinistra radicale o la destra xenofoba di Marine Le Pen. Un sistema multipolare potenzialmente instabile reso virtuoso dal doppio turno che permette agli elettori un voto sincero in prima battuta, ma li spinge poi a “se rassembler” su una delle due opzioni che raggiungono il ballottaggio.
Dopo la recente bocciatura, la politica italiana dovrebbe studiare la lezione francese.

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