Come innovare la Pubblica Amministrazione

La necessità di una due diligence… Mentre si continua a fare eventi sull’open government e sulle smart cities, si trascura il dato vero delle Pubbliche Amministrazioni italiane: che, a parte alcune scontate best practice, esse non sono né smart né open.

L’attenzione mediatica di questi giorni sulle nomine pubbliche sembra, inspiegabilmente, trascurarne una di grande rilevanza: quella di direttore generale dell’Agid, l’Agenzia per l’Italia Digitale.

Sono grato a Fondazione Etica che ha ritenuto meritevole di ripubblicazione, in relazione ad alcune circostanze di stretta attualità, un mio intervento convegnistico del 2014, a suo tempo pubblicato da Eticapa, una rivista on line animata da dirigenti…

Città smart, metropolitane, a impatto sociale: tutte definizioni bellissime, ma con il rischio di diventare vuote, retoriche, come le tante che, in Italia, sono state sciupate, consumate, semplicemente perché a quelle parole non sono seguito fatti. Per questo c’è sfiducia da parte della gente, che giustamente chiede azioni. Serve il coraggio, invece, di fare una…

Sui Comuni, sulle Regioni e, in generale, sulla Pubblica Amministrazione, assistiamo da tempo a un dibattito contraddittorio:
da un lato, sentiamo parlare di inefficienze, sprechi e corruzione;
dall’altro, di smart cities, open data, e-government, freedom of information act, etc.

Termini inglesi molto di moda, che, però, rischiano di suonare vuoti, o persino beffardi, quando riferiti a molti dei Comuni o dei Ministeri italiani: come chiedere di scrivere un tema a chi si rimprovera di non conoscere la grammatica.

Il dubbio, allora, è che dietro le formule “smart” e “open”, continuamente evocate in convegni e pubblicazioni, si celino poco più che slogan: altrimenti, le Amministrazioni malate avrebbero dovuto essere guarite già da tempo. Poiché, invece, se ne continua a discutere, significa che le ricette sin qui adottate non hanno funzionato.

Partiamo dalla realtà attuale.


La progressiva diminuzione di risorse pubbliche ha reso indispensabile un loro utilizzo più attento e rigoroso in tutto il mondo e soprattutto in Italia per il suo altissimo debito pubblico. Tuttavia, il rigore, da solo, non può bastare, neppure in tempo di crisi.

Occorrono altri strumenti, diversi da quelli tradizionali: questi, infatti, costringono le Amministrazioni virtuose a sacrifici al pari di quelle non virtuose, e la conseguenza è che i sacrifici finiscono per essere percepiti come iniqui, venendo ad incrinare il consenso di cittadini e amministratori verso lo Stato.

Il rigore, dunque, deve accompagnarsi a meccanismi incentivanti, che sappiano premiare le Amministrazioni meritevoli e sanzionare quelle che non lo sono. Per farlo c’è bisogno di strumenti di valutazione e misurazione anche a livello qualitativo.
A questa necessità risponde lo strumento creato da Fondazione Etica: il Rating Pubblico, un rating di sostenibilità delle Pubbliche Amministrazioni.

L’idea è stata ispirata da quanto accaduto con la crisi economico-finanziaria internazionale degli ultimi anni: essa ha reso palese, da un lato, l’inaffidabilità di un certo modo di valutare sui mercati regolamentati i titoli finanziari e i loro emittenti (imprese quotate e Stati sovrani); dall’altro, la migliore tenuta dei cosiddetti Indici di Sostenibilità Esg (enviromental, social, governance).
La maggiore efficacia di questi ultimi sta nella loro peculiarità: tener conto non solo della perfomance economica e finanziaria, ma anche di variabili qualitative e “etiche”, come la governace aziendale, l’impatto sociale e quello ambientale.

Ci siamo chiesti se questo fosse possibile anche in ambito pubblico, e dopo diversi anni di studio e ricerca sul campo, abbiamo riscontrato che è non solo possibile ma, anzi, auspicabile. Le analisi soltanto quantitative, infatti, si sono rivelate tanto essenziali quanto insufficienti: il downgrade nel rating di una Regione o di un Comune è la spia di un problema, ma non l’indicazione di dove intervenire.
Il legislatore lo ha capito da tempo: nel 2009, con la legge n. 15, rendendo obbligatorie per le P.A. la misurazione e la valutazione della performance; nel 2012, con la legge n.190 sulle politiche anticorruzione; nel 2013, con il decreto legislativo n. 33 sugli obblighi di trasparenza; nel 2014, con il decreto legislativo n.90 sulla trasparenza ed efficienza. Integrità e trasparenza sono i punti sollecitati più volte al nostro Paese anche dall’Unione Europea.

La valutazione qualitativa delle Amministrazioni Pubbliche, dunque, non è più solo un’opzione, oggi, ma qualcosa da fare subito in base a un obbligo normativo nazionale ed europeo talora ignoto anche agli addetti ai lavori e, perciò, in buona parte inadempiuto.

Per essere efficace, la valutazione deve essere effettuata a prescindere dall’adesione del soggetto valutato e basarsi su una pluralità di fonti. In altri termini, la valutazione della performance deve essere esterna e indipendente, e servire non tanto alle P.A. ma a chi deve relazionarsi con esse, cioè ai suoi stakeholders: i cittadini/utenti, le imprese fornitrici, lo Stato finanziatore, le banche, la UE. Questo è ciò che fa il Rating di Sostenibilità per le P.A., che non intende intromettersi nella sfera di autonomia delle P.A. e nei loro sistemi di autodiagnosi, ma aggiungersi ad essi all’esterno.

Attraverso l’analisi e la ponderazione di dati qualitativi oggettivizzabili, il Rating di Sostenibilità Pubblica valuta una P.A. nel suo complesso, anche disaggregandola per macroaree – quali la governance o il rapporto con i fornitori- e ponendola a confronto con le Amministrazioni della stessa tipologia.

Il Rating Pubblico può essere uno dei contributi concreti per cominciare a guardare le cose da un punto di vista nuovo, preoccupandosi non solo di “quanto” spende la P.A., ma anche di “come” e “per cosa”.

 

“I processi di innovazione in qualunque settore si caratterizzano per l’indispensabile orizzontale temporale lungo e per l’alto rischio di fallimento (…) È per questo che bisogna essere “un po’ matti” per impegnarsi nell’innovazione: perché spesso costa più di quel che frutta e quindi, se ci si basasse sulla tradizionale analisi costi-benefici, neanche si comincerebbe. Ma quando Steve Jobs, nella sua famosa lectio magistrale a Stanford, invitava gli innovatori a rimanere hungry e foolish, pochi hanno sottolineato che la foolishness di cui parlava il patron della Apple aveva cavalcato l’onda delle innovazioni finanziate e dirette dal settore pubblico.
Investimenti tanto radicali, che comportavano un elevatissimo livello di incertezza, non sono avvenuti grazie a venture capitalists o inventori da garage. Innovazioni che non ci sarebbero se avessimo dovuto aspettare che ci pensassero il mercato o le imprese.”
(Marianna Mazzucato – “Lo Stato Innovatore”, 2014)

L’innovazione nasce dal pubblico molto più che dal privato e a dimostrarlo è una economista come Mazzuccato. Anche per questo conviene prendersi cura della macchina pubblica e restituirle, nel tempo, autorevolezza.
Come? Rendendola efficiente e trasparente.
Chi lo può fare? Anche noi, come stakeholders della Pubblica Amministrazione.
Per questo Fondazione Etica ha creato il Rating Pubblico.

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