Cosa resta della Lega

Erano esagerate le lodi di un tempo così come le profezie sulla sua fine ora: la Lega si è semplicemente dimostrata né migliore né peggiore degli altri partiti, smentendo platealmente gli editoriali anche di firme illustri su giornali blasonati.

Del fenomeno leghista sono state scritte fin troppe analisi, ma la sua vera originalità, oggi, sta nella reazione del suo gruppo dirigente nazionale. In passato, gli scandali di mala-politica hanno fatto crollare interi partiti, come il Psi e la Dc, e tutt’oggi mettono in crisi partiti delle dimensioni di Pd e Pdl: spazzato via il capo, o i capi, spesso si dilegua l’intero gruppo dirigente. La Lega si è dimostrata più intelligente. Spaccati da tempo, i suoi dirigenti hanno finto l’unità, talora malamente, conservando quella coesione minima necessaria per restare ai posti di comando del Paese: una Lega forte conveniva a tutti.

Con l’operazione Monti, lo scorso novembre, le tensioni interne sono esplose. Francamente, è difficile pensare che una gestione così allegra delle finanze leghiste avesse potuto passare inosservata a chi ora brandisce la scopa: è ragionevole ipotizzare, piuttosto, che pur sapendolo, non avesse la forza – o, forse, la convenienza – per fermare alcunché. Si è aspettato che venisse il momento giusto, non necessariamente per un bieco interesse personale, ma per preservare il partito.

Quando il capo è crollato, non lo hanno abbandonato, ma fatto ostaggio ed esibito. Lo hanno usato per dimostrare che non erano traditori, ma salvatori; che la loro non era un’altra Lega, ma la vera Lega. Quella di Bossi.

Va riconosciuto che l’importo di denaro complessivamente distratto dalle disponibilità leghiste appare quasi una marachella da monelli rispetto alle cifre a sei zeri che normalmente girano negli episodi di corruzione riguardanti i partiti. Ma agli occhi dei militanti leghisti l’importo passa in secondo piano rispetto alle regalie familiari e al nepotismo persino esibito. Su questo Bossi sapeva che il partito rischiava di spaccarsi gravemente e per questo si è piegato al male minore: sacrificare i fedelissimi, persino i familiari, per salvaguardare la sua creatura politica. Quanto a se stesso, chissà che non gli sia apparsa una beffa essere forzatamente fatto presidente dopo le dimissioni da segretario: per quanto malandato, sa bene che la sua presidenza serve ai nuovi comandanti molto più che a lui.

A salvare la Lega, però, non saranno i palcoscenici ben allestiti, ma un po’ artificiali, della serata bergamasca, né gli slogan usurati di richiamo all’indipendenza e a Roma ladrona, bensì i tanti sindaci e amministratori locali che hanno dimostrato di saper governare bene. Sono sempre stati loro la vera forza della Lega, gli unici a saper tradurre la questione settentrionale in azioni concrete, a differenza dei big sbarcati a Roma senza riportare a casa nemmeno il federalismo.

Ricordiamoci tutti, però, che una classe di buoni amministratori locali non è un’esclusiva dei Leghisti: essa, a dispetto dei tanti scandali, ha caratterizzato e fatto grandi anche altri partiti. Per tutti dovrebbe essere arrivato il momento di ripartire da lì.

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