Legge elettorale l’ABC del pasticcio

Dell’incontro tra Alfano, Bersani e Casini che ha prodotto un accordo su alcuni punti per superare la legge Calderoli non è uscito ancora un testo scritto, e non è un elemento trascurabile, dal momento che “in tema di sistemi elettorali il diavolo si nasconde nei dettagli”, come ha giustamente fatto notare Roberto D’Alimonte sul Sole 24Ore.  Non resta che provare ad elaborare qualche riflessione sulla base degli elementi che si conoscono..

Il primo elemento è il ritorno al proporzionale, con l’eliminazione del premio di maggioranza presente nella legge 270/2005. Forse rimarranno dei mini-premi per i partiti più votati (si parla a tal proposito di diverse soglie al raggiungimento delle quali scatterebbero premi in seggi), ma in ogni caso non si tratterà di premi “majority-assuring”, ossia in grado di essere decisivi per la formazione di una maggioranza di governo. E già qui si evince quanto la politica italiana sia sui generis rispetto al resto d’Europa. Storicamente i sistemi elettorali proporzionali vengono introdotti in tutta Europa attorno agli anni ’20 su iniziativa dei partiti liberal-conservatori che cercano in tal modo di contenere l’avanzata elettorale dei partiti di massa socialisti i quali, favoriti dall’espansione del suffragio e dall’ingresso dei lavoratori nella vita politica nazionale, avrebbero facilmente ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi in presenza di un sistema maggioritario. Il proporzionale è quindi voluto da partiti di dimensioni medio-piccole per contenere il successo di partiti grandi. In Italia invece accade paradossalmente che il ritorno al proporzionale sia sancito dai due maggiori partiti, Pd e Pdl che, forse non sentendosi abbastanza “grandi”, preferiscono non perdere piuttosto che provare a vincere, dimostrando ancora una volta tutta la propria immaturità.

La conseguenza dell’abolizione del premio di maggioranza per come lo abbiamo fin qui conosciuto sarà la fine del vincolo di coalizione pre-elettorale. I partiti torneranno ad avere le mani libere, sciolti dall’obbligo di allearsi prima delle elezioni. Questa novità sembra racchiudere un intrinseco elemento positivo: la fine delle mega-coalizioni elettorali in stile Unione 2006 capaci di vincere ma incapaci di governare e il ritorno ad un confronto tra singoli partiti. Eppure, dal momento che il sistema non produrrà una maggioranza assoluta di seggi per un partito, le alleanze si dovranno fare dopo il voto. E a quel punto chi ci assicura che non saranno ancora più eterogenee e raccogliticce di prima? Con l’ovvia aggravante di averle formate al riparo dal giudizio degli elettori, senza un programma prestabilito e quindi togliendo ai cittadini perfino gli elementi per esercitare un’eventuale sanzione futura nei confronti del risultante governo, in barba ai più basilari meccanismi di accountability elettorale. Per salvare la faccia e mantenere una parvenza di bipolarismo, pare che il Pdl abbia imposto la presenza del nome del candidato premier sul simbolo elettorale del partito. Ma anche questo è un puro bluff: dato che nessuno otterrà la maggioranza dei seggi, il premier sarà decisivo solo dopo le elezioni e sarà frutto di un compromesso tra i partner di governo, proprio come avveniva nella I Repubblica.

Il modello che viene fuori da questi primi elementi, reso già farraginoso dalla probabile presenza dei mini-premi ai partiti maggiori, si complica ulteriormente dall’introduzione dei collegi uninominali per l’elezione di metà dei rappresentanti, alla stregua di quanto avviene nel modello tedesco. Venduti all’opinione pubblica come un mezzo per superare le liste bloccate e dare la possibilità di scegliere chi mandare in Parlamento, i collegi sono però  l’ennesima finzione di questa riforma: la ripartizione dei seggi sarà totalmente proporzionale e, non esistendo in Italia il meccanismo, vigente in Germania, dei “mandati in sovrappiù” (Uberhangmandate) non ci sarà nessuna garanzia che il candidato votato nel collegio sarà poi eletto. Potrebbero capitare casi in cui in un collegio viene eletto il secondo o perfino il terzo classificato, ma non il primo, poiché l’unica cosa che conta è la percentuale ottenuta dal partito. Ma a che livello? Anche qui vi sono poche certezze: pare che l’Udc spinga per una ripartizione nazionale dei seggi, mentre il Pdl sarebbe per l’attribuzione dei seggi a livello circoscrizionale. Questo non è un dettaglio indifferente: una ripartizione nazionale, pur in presenza di uno sbarramento (si parla del 4%) si tradurrebbe nell’accesso alla rappresentanza di almeno 8-9 partiti stando alle attuali percentuali rilevate dagli istituti di sondaggio, con conseguenze nefaste per la governabilità e la tenuta delle coalizioni post-elettorali che andrebbero a formarsi. Senza contare che si discute anche di un diritto di tribuna per le forze minori che non raggiungono la soglia. La ripartizione circoscrizionale, invece, avvicinando questa riforma all’idealtipo spagnolo, introdurrebbe una forte disproporzionalità grazie alle alte soglie implicite derivanti dal basso numero di eletti nelle singole circoscrizioni (in un collegio con 5 seggi, ad esempio, la soglia per eleggere un rappresentante è di fatto del 15-20%).

Dall’analisi di questi punti risulta evidente che gli elementi di incertezza sono ancora tanti e bisognerà aspettare un testo scritto per formulare un giudizio meno impressionistico su questa riforma. Tuttavia le criticità sono molte, prima fra tutte l’insopportabile sensazione che si tratti dell’ennesimo tentativo di una classe politica codarda e sempre più screditata di assicurarsi il proprio orticello di potere per il futuro. E questo, in un momento in cui la credibilità dei partiti raggiunge il minimo storico, è come gettare benzina sul fuoco dell’antipolitica. Le riforme elettorali dovrebbero essere pensate per durare decenni e plasmare il sistema partitico legislatura dopo legislatura, non costruite calcolando con il bilancino guadagni e perdite sulla base dell’interesse transitorio dei singoli partiti. In Gran Bretagna il partito laburista è rimasto 18 anni all’opposizione tra il 1979 e il 1997: avrebbe potuto accordarsi con i liberal-democratici per cambiare il sistema elettorale passando al proporzionale e giocarsi così con più facilità l’accesso al governo, ma non lo ha fatto. Ha preferito l’opposizione, si è trasformato, e sotto la leadership di Blair è poi tornato al governo per tre legislature.

Il problema italiano è che al di là delle regole formali, anche la miglior legge elettorale deve essere coadiuvata da scelte politiche serie per funzionare bene. Perfino il Porcellum ha dato una buona prova di sé nel 2008, quando Veltroni scelse di correre senza la sinistra radicale innescando un circolo virtuoso che ha portato solo 5 partiti in Parlamento. Ma per un Veltroni di ieri che ha coraggio e corre il rischio di perdere per migliorare il sistema ci sono gli Alfano e i Bersani di oggi. Il primo desidera annacquare la probabile sconfitta elettorale in un proporzionale in cui nessuno vince  e la partita per il governo si apre a urne chiuse; il secondo preferisce non vincere piuttosto che andare incontro all’ “abbraccio mortale” con Di Pietro e Vendola. Così si spiega il ritorno al proporzionale, mentre i mini-premi di maggioranza, i collegi finti e l’indicazione del premier sulla scheda non sono che specchietti per le allodole volti a confondere elettori sprovveduti. E’ per questo che la proposta di riforma ABC (dai nomi dei leader che hanno trovato l’accordo, Alfano, Bersani e Casini) ci sembra l’ennesimo pasticcio all’italiana.

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